Loris errò tre anni senza scopo e senza meta: voleva tutto vedere e conoscere.

Coll'invidiabile facilità della propria razza potè adattarsi rapidamente a tutti gli ambienti, associandosi alle carovane, unendosi ai pellegrinaggi, o errando solo e fermandosi ovunque era possibile, colla curiosità di un dotto e la passione indefinibile di un predestinato, che credesse così di compiere la propria preparazione. Era diventato più alto e più robusto. In quella vita, dalla quale bisognava conquistare giorno per giorno il pane, egli si era fatto a tutti i rischi e a tutti gli usi; poteva soffrire lungamente la fame, e dormire sulla steppa o nei boschi, mendicare o rubare secondo i compagni del momento.

La terribile empietà della sua prima educazione gli era scoppiata nell'anima, polverizzando la fragile crosta dei sentimenti più civili assorbiti in quella vita al castello. Una sinistra poesia raddoppiava l'energia della sua volontà in quella lotta insensata di un'esistenza, concepita oltre ogni ordine legale; nessuna morale inceppava la logica implacabile del suo pensiero. Attraverso le sofferenze di tutti quegli oppressi, egli non raccoglieva che il grido soffocato della vendetta o il rantolo dell'odio impotente, e quando capitava tra una festa di popolo, quella allegria in tanta abbiezione di miseria gli faceva male.

I suoi compagni, quasi sempre malandrini o mendicanti, non gl'ispiravano che disprezzo; i più vivevano così, perchè preferivano quell'ozio avventuroso alla fatica di una qualunque altra esistenza regolata.

La sua prima compagnia fu una banda di zingari, che traversavano la steppa verso l'Asia; visse a lungo con essi, imparandone il gergo e i mestieri, ma senza innamorarsi di quella loro libertà fraudolenta, che li rende così enigmatici nella storia e seducenti nella poesia. Poi dai pescatori del Volga, l'immenso fiume, apprese a reggere una barca e a frequentare i mercati. Quella rude operosità lo stancò presto. Percorse i conventi più celebri, fingendosi pellegrino, iniziandosi a più di una setta religiosa; stette coi cosacchi, guardiano di puledri, guidò le greggie dei pastori, che le contano a migliaia e migliaia.

Come i romei non possedeva che una scodella, una bisaccia e un bastone. I suoi abiti cadevano a lembi, parlava sempre in dialetto colla più aspra volgarità. I suoi capelli e la sua barba, incolti, gli davano un'aria strana e malgrado tutto signorile, che gli attirò spesso l'attenzione pericolosa della polizia: tre o quattro volte fu gettato nelle carceri con altri vagabondi, ma potè sempre uscirne grazie alla prontezza del suo spirito e all'arbitrio capriccioso della polizia stessa. Si serviva di un passaporto rubato nelle più tristi circostanze ad un vagabondo, che gli somigliava. Nei più rigidi inverni si arrestava dove poteva. In un convento, ove i frati lo accolsero ingannati dalla sua devozione e dal racconto fantastico della sua miseria, rimase tre mesi copiando antichi manoscritti greci. Poi fece parte di una banda di ladri da cavalli, che nascondevano i puledri rubati entro una foresta, e da essa li avviavano a mandre verso un altro governo. In questo esercizio pericolosissimo, perchè i mugiks si associano in truppa per dare la caccia ai rapitori, e li uccidono senza pietà ovunque li sorprendono, il suo coraggio e il suo ingegno gli assicurarono presto un'autorità indiscussa sui compagni. Egli rubava indifferentemente ai mugiks e ai signori, ma divideva il guadagno colla banda largheggiando verso di essa con modi da capitano. Però una volta furono colti; egli e due altri solamente poterono salvarsi nel bosco.

Era stata la stagione più bella della sua vita, dopo la quale si mise in un'associazione di giuocatori di frodo, che si recavano alle fiere suonando varî istrumenti. Avendo accumulato qualche danaro in tutti questi mestieri, lo portava cucito nelle vesti, ma viveva sempre colla più avara frugalità.

Alla grande fiera di Ninhny Nowgord s'incontrò con uno strannik, un errante, personaggio bizzarro di una fra le più stravaganti sette russe. Era un ometto di bassa statura, tarchiato, di una incredibile forza muscolare. Sebbene non avesse più di quarant'anni ne mostrava cinquanta, e vestiva di pelli di montone anche nell'estate, coi sandali ai piedi, fasciandosi le gambe di cenci immondi. I capelli lunghi e crespi, di un colore incerto fra il rosso ed il castano, gli crescevano a cespuglio dalla testa, sulla quale non portava berretto di sorta. Sotto la barba lunga un lupus gli divorava l'angolo sinistro della bocca. I suoi occhi piccoli e bianchi sotto la fronte bassa, quasi sorretta da due enormi sopracigli villosi, parevano spenti: e rideva spesso scoprendo una rastrelliera di denti corrosi, attraverso i quali passava un alito fetido. Si chiamava Topine.

Loris l'incontrò col proprio gruppo sull'imbrunire a non molta distanza dalla città. Cadeva il tramonto, dalla campagna venivano soffii profumati, che ammollivano l'aria troppo calda. Loris, che aveva fatto anche lo stregone e sapeva dire la buona ventura, lasciò andare innanzi i compagni per strologare un crocchio di ragazze tornanti dalla falciatura dei prati. In quella passò Topine a passo rapido, trascinando faticosamente una gamba, che gli doleva. Le ragazze se lo mostrarono con un grido di orrore, egli rispose loro con un gesto osceno.

Quando Loris le ebbe contentate, ricevendone pochi kopeks per le solite fandonie profetiche, allungò indarno il passo per raggiungere gli altri; ma conoscendo la bettola, ove andrebbero ad alloggiare, cedette insensibilmente alla blandizie della sera. D'un tratto, alla svolta della strada, udì uno strepito di voci, e scoperse un gruppo di mugiks schiamazzanti intorno a qualcuno, che bestemmiava con voce più aspra. Quando fu loro presso, Loris s'accorse che avevano circuito Topine e, dileggiandolo, volevano costringerlo a ballare. Uno fra essi aveva già cominciato a scuoterlo, ma Topine rivoltandosi ferocemente lo aveva atterrato con un pugno. Naturalmente s'impegnò una rissa. Topine faceva sforzi sovrumani per saltare fuori dal loro gruppo, ma stretto da ogni parte, malgrado tutta la sua robustezza, non poteva riuscirvi. Un pugno gli aveva scrostato i grumi del lupus, così che un sangue giallastro gli colava per la barba. Loris, ubbidendo ad un irriflessivo istinto generoso, si slanciò al suo soccorso, rovesciò un mugik, pervenne nella sorpresa sino a Topine e lo liberò dalle mani, che lo tenevano avvinghiato. Quindi si postò fieramente dinanzi a lui, senza parlare, brandendo un lungo coltello.