L'effetto ne fu irresistibile, gli altri arretrarono. Loris ordinò a Topine di andare innanzi, e rimase in faccia a tutti, guardandoli così terribilmente che non osarono attaccarlo. Ma Topine si era fermato a poca distanza per sostenerlo in un nuovo assalto.
Quando ripresero la via insieme erano già amici.
Loris gli confessò di andare a Ninhny con una compagnia di suonatori ambulanti, l'altro gli rivelò la propria setta. Era un errante, di coloro che come gli antichi profeti si erano ritirati nella solitudine, in fondo alle foreste, nelle quali non penetravano ancora i servitori dell'Anticristo, lo Czar. Aveva abbandonato moglie, figli e comune per non avere più alcun rapporto colla società legale; portava al collo una croce benedetta a Gerusalemme sul sepolcro del Redentore, e la mostrava ai gendarmi dicendo loro: Ecco il mio passaporto vidimato dal Re dei Cieli. Naturalmente i gendarmi lo arrestavano, ma egli s'ingegnava per evitarli. Nel suo delirio settario affermava che l'epoca dell'Anticristo era già incominciata, e che lo Czar era il nemico di Dio, come i ricchi lo erano dei poveri, mentre egli non voleva aver nulla di comune con essi. Vivendo solo nel pensiero di Dio, girava da dieci anni per tutto l'impero russo, alloggiato e nutrito segretamente da quei correligionari, che imperfetti nella fede restavano ancora nel mondo comunicando di nascosto coi perfetti, gli erranti. Loris conosceva già confusamente quella setta. Poi Topine gli chiese con accento cupo:
— Sei tu un credente?
Loris alzò le spalle.
Presso la città si separarono.
— Giacchè rimarrai parecchi giorni a Ninhny, ti rivedrò, disse Topine.
Due giorni dopo, sull'imbrunire, Loris fu fermato da Topine in un vicolo già oscuro della città.
— Vuoi venire con me? gli mormorò misteriosamente: ti condurrò da Ouliana, la Boghiniia.
— Boghiniia, una madre di Dio! esclamò Loris meravigliato.