Tornata a casa non pensò più che a lui. Il principe Vladimiro, che si permise una osservazione sprezzante sullo Czar, fu vivamente colpito del calore, col quale ella lo difese.

— Non siete principe voi?

Questa volta egli s'ostinò.

— Non è che robusto, può alzare un quintale d'acciaio con una mano; è un po' più facile che sollevare un'idea.

Tatiana non s'arrese; il principe finì col sorridere del suo fervore monarchico. Ma siccome quella sera ella sembrava anche più fresca, arrischiò un motto d'amore. Da sei mesi ne aspettava il momento. Era ridiventato timido. Tatiana lo guardò quasi meravigliata, confrontandolo colla gigantesca figura di Alessandro III, come le era rimasto nell'immaginazione.

Allora una collera fredda irrigidì la faccia del principe, che nullameno con uno sforzo incredibile potè ancora frenarsi.

Ella gli aveva già letto nell'anima, ed alzò duramente la testa.

— Siete cattiva meco, mormorò con accento insinuante.

— Non intendo di ammalarmi.

Ma egli la fissò in modo da farle comprendere che quella scusa non poteva ingannarlo: Tatiana arrossì. Il principe le prese una mano fra le sue ardenti dalla febbre.