L'altra, uscita al solito, mentre egli si svestiva, rientrò poco dopo, appena lo intese rivoltolarsi sul letto, per rimboccargli le coperte e portargli via il lume dal comodino.
—Dorma,—gli ripetè due o tre volte autorevolmente.
Egli ebbe un triste sorriso.
Ma invece di chiudere l'uscio, ella aveva già abbuiata l'altra stanza, e si sedette senza far rumore daccanto al tavolino per essere più pronta ad una chiamata.
Coll'intuizione degli affetti veri ella aveva indovinato in lui una ferita: che cosa era stato? Ella non aveva osato di chiederglielo, ma si teneva sicura di saperlo da lui stesso l'indomani, giacchè il professore non le aveva, almeno secondo lei, tenuto mai nulla segreto. Da quindici anni egli restava il padrone ben educato, contento, spesso distratto, che parlava pochissimo, e non si occupava affatto della casa; ella invece vi era tutto, vi faceva da governante e da padrona, da zia e da serva, spiegando la tirannia della sorveglianza sino nei più minuti particolari, ma temprandola coll'affettuosità gioconda del carattere.
Margherita aveva per il professore una idolatria incondizionata. Anzitutto sapeva che nessun altro all'università valeva quanto lui, perchè persone rispettabili glielo avevano detto; poi la castità della sua vita, nella quale non le era mai riuscito di trovare le traccia di una donna, aveva messo in quella sua ammirazione un'altra tenerezza. Ella medesima non aveva avuto che un amore infelice nella prima giovinezza, uno studente rapito da una tisi, al quale pensava sempre come nel primo giorno del loro primo incontro. Anche Tonina aveva vissuto così in una purità d'abbandono. Ma il professore aveva amato? Amava ancora? Quante donne si erano innamorate di lui, perchè Margherita lo sentiva bello anche ora, e dovea essere stato bellissimo in gioventù? E quella castighezza di costumi fuori di ogni regola religiosa, poichè De Nittis non andava mai in chiesa, la stupiva sopra tutto. Come mai il professore non credeva a nulla? Margherita aveva tentato di parlargliene qualche volta senza ottenerne mai più di un sorriso per risposta: quindi se ne era aperta persino col proprio confessore, un buon vecchio, che conoscendo bene De Nittis, le aveva detto solo di pregare Dio più fervidamente perchè finisse di convertirlo.
Infatti da molti anni, ogni sera, ella diceva con Tonina un rosario a questo scopo.
De Nittis non dormiva. Più d'una volta, adagio, senza far il minimo rumore, ella venne nell'ombra a mettere il capo dentro l'uscio. Erano le dieci del mattino: qualche filo di luce passando attraverso le finestre rigava le tenebre della stanza, che il rumore delle carrozze rotolanti sulla strada tratto tratto scrollava.
Ma in quella stanchezza malata di tutto il corpo, De Nittis si sentiva soffocare come da un gran peso. Era fuggito improvvisamente da Roma, spaventato della propria debolezza dopo quell'ultima scena con Bice; l'amava egli? Se ne era ella accorta veramente? O dicendoglielo aveva cercato solo una scusa alla propria imprudenza? Malgrado la lunga abitudine d'impero sopra sè stesso, De Nittis non arrivava ancora a sbrogliare questi problemi, che gli si ripresentavano ostinatamente al pensiero. Certo qualche gran cosa era avvenuta nel suo spirito. Quella fanciulla, sulla quale da principio aveva riportato tutta la tenerezza passionale, indarno per tanti anni inspiratagli dalla contessa Ginevra, era cresciuta nella sua anima riempiendola a poco a poco. Senza di lei da lungo tempo non avrebbe più saputo di che vivere. Poi quella solitudine della vita gli si era allargata intorno come un deserto, che ella sola attraversava ancora col volo rapido e leggero della giovinezza; ma quando Bice si allontanerebbe un giorno al braccio di un altro uomo, egli ci aveva pensato spesso, tutto sarebbe davvero finito per lui. La sua vita lungamente assorta nel sogno di una immensa ambizione, quindi assopitasi in quella castità semi-religiosa, si era un mattino risvegliata sotto le brine dell'inverno; tutto era freddo nell'aria, il cielo s'intristiva, e dall'orizzonte opaco non soffiava più che un vento umido e silenzioso.
Perchè era vissuto così? Può l'individuo dirigere davvero la propria vita? Poichè ogni proposito gli era fallito malgrado tutta la superiorità del suo spirito e la purezza delle intenzioni, bisognava che in lui fosse un qualche capitale difetto. Ma dove? Una volta egli aveva creduto di scoprirlo nell'aver troppo dimenticato, per diventare un grand'uomo, che le più alte grandezze della vita vi spuntano dal fango comune, assimilandosene con maggior voracità le forze misteriose. Così in una continua fantasia di epopea, aveva camminato sul margine di tutte le battaglie, sprezzante della loro meschinità e amaramente altero di saperne già prima il risultato.