Erano già passate molte ore.
Adesso, fermamente deciso a rompere quell'incanto con Bice, si diceva segretamente che pure sarebbe stato degno di tale felicità. Nessun uomo avrebbe mai abbastanza delicatezza per quella troppo gracile fanciulla, che forse fra non molto finirebbe col cedere a qualcuno innamorato solamente della sua dote. Quindi abbandonandosi al sogno della vita, che avrebbe potuto passare con lei, avviluppava Bice in una passione di padre e di amante entro una visione domestica, dal sentimento profondo ed ingenuo come un quadro del quattrocento, prima che l'invasione delle bellezze pagane ritornasse ad accendere nel nostro sangue la febbre di tutti i vizi. Ma poi s'accorgeva che anche quei sogni erano una debolezza volgare dinanzi al pericolo di un incontro con Bice in casa della contessa Ginevra. Quanto tarderebbero ancora? Come si presenterebbe loro? La contessa Ginevra sapeva già tutto, o Bice nell'offesa di quel rifiuto aveva serbato il silenzio? Egli propendeva per questa seconda ipotesi senza potervisi raffermare, ma un incontro con Bice era pur sempre inevitabile. Egli aveva avuto un torto irremissibile nel lasciarsi sfuggire il segreto del proprio amore, mentre ella confessandosi brutta con tanta insistenza toglieva anticipatamente ogni valore a tutte le obbiezioni della sua vecchiezza.
A quarant'anni tutto sarebbe stato possibile, ma adesso era già troppo vecchio per ogni altra donna. Quella forza misteriosa, che caccia ostinatamente tutti gl'individui verso il matrimonio, anche quando la natura parrebbe omai dispensarli dal supremo ufficio di servire alla razza, gli si aggravava con irresistibile crescendo sulla coscienza; mai come in quel momento aveva sofferto le tentazioni della vita in due, quel bisogno supremo di non essere più solo, che unicamente la creazione di una famiglia può calmare nell'uomo. Evidentemente l'antichissima definizione indiana dell'uomo triplo come padre, madre e figlio era sempre la migliore, giacchè non potendo svolgersi in tale triade tutti rimanevano inconsolabili. Egli lo aveva sempre ammesso, calmo nella coscienza di aver trionfato della natura coll'offrirla in sacrificio ad un più alto ideale, mentre invece ne sentiva ora piangere dentro il cuore tutte le necessità. Era tardi; la natura si vendicava col mutare in castigo la funzione, alla quale per tanti anni lo aveva invitato con ogni sorta di carezze. Forse i suoi sessant'anni, vegeti e quasi vergini, avrebbero avuto ancora abbastanza forza per l'amore di quella frale giovinetta, ma il matrimonio per essere legittimo deve, sorpassando l'amore, elevarsi a tutela di tutto un gruppo di deboli, che solo una potente energia di marito e di padre può educare alla vita. I matrimoni dei vecchi invece non sono generalmente che la più ignobile forma di prostituzione, un accordo di due corruttele fra impotenze di sensi ed insufficenze di anima.
Nella camera si era fatto più caldo. Quei raggi di sole, filtrando dalle fessure della finestra, parevano striscie di fuoco, che accendessero l'aria; De Nittis si sentiva scottare le lenzuola addosso, ma non ebbe il coraggio di alzarsi non sapendo dopo come ingannare il tempo. Allora tentò di fissarsi in qualche idea noiosa per dormire.
—Vuole che le porti una tazza di brodo?—chiese improvvisamente nel buio Margherita, che vegliando all'uscio lo aveva inteso sospirare.
Ma quando gliela ebbe fatta trangugiare, Margherita si ritirò chiudendo la porta colla sicurezza che il brodo lo avrebbe fatto dormire: infatti egli non si svegliò che l'indomani, all'alba, quasi tranquillo.
Aveva fame. Attese per far colazione che le due donne si fossero alzate, poi si chiuse nello studio. La sua risoluzione era presa, andrebbe da Bice e con poche parole le farebbe comprendere la impossibilità del loro matrimonio. Una pace fredda gli si era fatta nel cuore, simile a quei mattini invernali, limpidi e muti, col cielo azzurro e tutta la terra bianca di neve. Dopo questa prova suprema non avrebbe più altro da attendersi: vivrebbe ancora pochi anni, solo fra quelle due povere donne, aspettando la morte coll'altera indifferenza di chi non ha più nulla da perdervi o da sperarvi.
Per la larga finestra senza tende entravano coll'aria frizzante della mattina tutte le sonorità della strada: niente era ancora mutato nella sua esistenza. I vecchi libri riempivano sempre gli ampi scaffali, sullo scrittoio ogni cosa era al solito posto, i manoscritti, le carte, il grosso calamaio bianco di maiolica, la stecca, colla quale giocherellava per solito leggendo. Come aveva dunque potuto pensare d'introdurre una giovinetta milionaria in una simile esistenza di benedettino? Era stata una folata di maggio, un'eco della sua giovinezza di studente ridestataglisi in cuore girando per qualcuna di quelle strade di Roma, ove quarant'anni prima aveva tanto vagabondato in gazzarra coi compagni.
Ma tutto ciò era adesso così lontano, che non gliene restava nemmeno un ricordo abbastanza vivo per desiderare di ritornarvi. A che ricominciare la vita per trovarsi vecchio da capo, nell'umidore ghiacciato del tramonto, dinanzi alla pallida prateria, in fondo alla quale biancheggiano le mura del cimitero?
Quella mattina si ricordò di avere una seduta al consiglio dell'università. Il rettore volle dopo condurlo nella propria villetta, fuori di porta San Mamolo, a pranzo. Era un vecchio medico, d'ingegno mediocrissimo e di una vanità puerile, che si teneva in casa, dopo la morte delle due figlie, uno dei molti nipoti, ingegnere abbastanza intelligente e giocatore sfrenato, sempre in lite anche con lui e colla propria moglie. De Nittis entrando in quella famiglia provò un senso di pena; la moglie dell'ingegnere era brutta, il pranzo fu cattivo. Appena potè liberarsene andò verso il caffè delle Scienze, ove generalmente si radunava un gruppo di professori; ma una malinconia subitanea lo sorprese, girando sotto tutti quei portici. Si ricordò l'ultima volta che Bice era venuta a pranzo da lui, e che egli l'aveva riaccompagnata a casa sulle dieci, a braccetto, come due innamorati, mentre ella gli si abbandonava quasi sulla spalla.