Molta folla era tuttavia in giro a coppie, a gruppi, coi bambini, aspirando nei primi tepori del maggio le esalazioni aromatiche involate dal vento alle campagne in fiore. La gente pareva allegra. Secondo il solito egli si era scordato di comunicare a Margherita quell'invito a pranzo fuori di casa, ma adesso, dopo la rinuncia al sogno di amore con Bice, si sentiva preso da impeti di tenerezza per quelle due serve riparate dentro la sua vita, e che invece finivano per proteggerla. Forse le due donne non avevano pranzato aspettandolo. Decise di andare a vederle, poi il pensiero di rincasare così presto lo spaventò: la notte sarebbe troppo lunga senza dormire, senza studiare, sino alla mattina. Eppure d'ora innanzi, tutte le sere si succederebbero così, giacchè dopo un'ultima spiegazione con Bice avrebbe dovuto diradare per molto tempo o forse anche sopprimere quelle visite. Dove andrebbe allora? Presso chi altri si rifugierebbe?
Invece di entrare nel caffè svoltò all'angolo verso la vecchia basilica di Santo Stefano, gironzando a caso.
Le strade vuote, perchè la gente teneva sotto i portici, gli parvero lugubri: tratto tratto la luna da una cantonata gettava una larga pezza biancastra sino a mezzo le case, dando al resto delle loro ombre una cupezza sinistra. Strani fantasmi, memorie dell'antica città, quando le fazioni vi si agitavano in una guerra senza requie fra drammi di congiure e di amori, gli tornavano alla memoria: erano tempi passati, obliati, come presto lo sarebbe anche il nostro, senza che delle loro opere immortali alcun giovamento venisse ora agli autori.
—Sei tu!—gridò improvvisamente Ambrosi.
Il dottore più stanco del solito strascicava i piedi.
—Sei tornato con loro?
—No,—rispose De Nittis trasalendo.
Ambedue avevano rallentato il passo, poi tornarono sotto i portici per cansare l'acutezza dei ciottoli; il dottore aveva sempre il medesimo bel colorito vegeto, ma pareva di umore più cupo.
—Vai a casa? Ti accompagno,—disse De Nittis.
—Debbo fare ancora due visite.