Il dottore si volse trionfante.
—Suonate, Giorgi, che portino il thè.
—Tu,—disse De Nittis al dottore,—va a chiamare Bice.
Questi rimase impacciato, ma tutti approvarono la scelta; il dottore colla sua affettuosa rudezza era forse il più amato da Bice.
—Le dico solo che sei arrivato.
De Nittis, sempre freddoloso, si era già appressato al camino, volgendovi la schiena ed alzando un piede verso la fiamma. Era vestito di nero, come al solito, con un soprabito quasi attillato, entro al quale il suo corpo, ancora elegante di tutte le proporzioni della giovinezza, si muoveva disinvoltamente. Ma la sua testa troppo grossa, sebbene i capelli bianchi, corti e pettinati con cura, non ne aumentassero la cornice, appariva non meno ammirabile nella altezza della fronte che nella vivacità del colorito quasi roseo, col volto tutto rasato all'inglese, due piccole fedine sotto le orecchie, e una bocca quasi fresca.
Anch'egli, come Prinetti, portava sempre la cravatta bianca, ma con un corpetto meno aperto e il colletto dritto, forse per nascondere le prime rughe del collo, per una di quelle civetterie quasi inconsapevoli nei vecchi rimasti belli; e la sua fisonomia, di una signorilità regale, se i re fossero davvero secondo l'antica cavalleresca definizione primi fra i signori, prendeva facilmente, appena la fronte gli si spianasse, quella espressione di calma monastica, di serena contemplazione, che solo la lunga abitudine del pensiero arriva ad imprimere.
—Roberto,—gli disse Prinetti,—ecco le sigarette per te: sono arrivate oggi da Costantinopoli.
—Davvero genuine!—esclamò l'altro, leggendone la scritta in caratteri turchi sul pacchetto a colori, mentre colle mani, belle quasi quanto quelle della contessa Ginevra, lo rigirava bambinescamente, prima d'aprirlo.
—Bice fumerà la prima.