—Lo credete?—chiesero tutti.

—Bisognerà bene che acconsenta, se dovrò accettare da lei la mia tazza di thè.

Il dottore tornò solo.

—Ora viene.

Un cameriere vestito di scuro, senza alcun distintivo di livrea, recò il servizio da thè; lo depose sopra uno dei tavoli a muro, fra due vasi di bronzo, e si ritirò mutamente. La fiammella dello spirito, cilestrina, tremolava nella penombra, mentre i ferri della contessa Maria martellavano sempre collo stesso ritmo affrettato nel silenzio del salotto.

Bice entrò.

Era solamente un po' più pallida delle altre sere.

Il suo abito di casimiro grigio, stretto su tutta la persona, ma così pesante che ella sembrava portarlo a stento, sebbene colla coda toccasse appena il tappeto, non aveva alcun ornamento: solo un piccolo fermaglio antico di acciaio, lavorato come una trina, vi brillava al colletto dritto e molto basso, malgrado la eccessiva lunghezza del collo. Anzi, per una di quelle profonde intuizioni artistiche che talvolta le donne hanno di sè medesime, invece di nascondere la propria magrezza, ella sembrava affettarla; l'abito le disegnava tutto il busto, colla schiena già piegata sotto il peso della testina dolorosa, e la sporgenza quasi mostruosa delle anche, al disopra delle quali il petto le rientrava nel dosso. Si era inoltrata adagio, colla testa lievemente china sulla spalla sinistra, facendo come una macchia nell'ombra del salotto col volto bianco. I capelli di un nero corvino, pettinati alti sulla fronte, accrescevano ancora l'aria imperiosa del suo volto, con quel gran naso aquilino fra le sopracciglia sottili e lievemente corrugate: però una fossetta sul mento metteva una grazia di bambina nel sorriso del suo saluto. Solo le sue orecchie ceree, piuttosto grandi, facevano una triste impressione.

—Buona sera,—disse colla sua voce appannata, di una dolcezza penetrante.

Tutti le vennero incontro; si capiva che avrebbero voluto parlare, ma la sapevano troppo intelligente per arrischiare una parola inutile. Ella stese a De Nittis la mano gelata.