Ma quella solitudine della casa gli diventava intollerabile. Le lezioni all'università, lo studio per la grande opera, le preoccupazioni per Bice, nel salotto della quale passava tutte le sere, gli avevano tolto sino allora di accorgersene; mentre adesso, davanti alla sua certezza uniforme, vuota, tutto il suo essere rabbrividiva. Una smania gl'impediva di star seduto o di applicarsi, anche per poco tempo, sopra qualsiasi libro. Quando usciva di casa, se ne pentiva quasi sulla porta: dove sarebbe andato? Almeno Ambrosi aveva i propri ammalati, egli invece non avrebbe potuto preoccuparsi che degli studenti, svogliati od ostili al suo corso, perchè di nessuna immediata utilità nella vita. Quegli studenti, apprendisti di un mestiere, li conosceva anche troppo. Nullameno gli conveniva rimanere lunghe ore fuori di casa per non soffrirne almeno quel triste senso di prigione. Involontariamente passò dinanzi al palazzo della contessa Ginevra: il portinaio non era secondo il solito sulla soglia; e non potè quindi sapere se fossero tornate, ma attraversando la strada, dall'altro portico, vide tutte le finestre dell'appartamento spalancate.
Bice vi era già?
Egli provò una strana letizia a tuffarsi in questo dubbio.
Rigironzando a caso per le vie tornò ancora davanti al palazzo colla improvvisa sensazione di ridiventare giovinetto, ai tempi del liceo, quando i primi sorrisi di una fanciulla ci traggono a commettere le più deliziose insulsaggini. Ma in tale orgasmo gli ritornava un altro bisogno di espandersi, di esalare con qualcuno, magari dinanzi ad un paesaggio, tutta quella foga di sentimenti simile ad una crisi primaverile, che si sfoga in profumi e in susurri.
La città cominciava a vuotarsi: i ricchi andavano già in campagna, la gente vestita a colori chiari passava sudando e ridendo, come presa nella forza di quel calore vibrante di tutte le fecondità. Egli solo rimaneva immutabile dentro quel soprabito nero, che lo segregava dalla vita, come un uomo diverso dagli altri. Infatti nessuno fra i tanti, che lo salutavano, avrebbe osato d'invitarlo ad una gita fra il chiasso di persone tutte egualmente felici di non saper pensare, riconoscendolo per uno di quegli illustri, ai quali si ricorre soltanto per un consulto, o che si ammirano a distanza. La sua piccola gloria non aveva altri vantaggi.
Allora non seppe più che cosa fare. Tutta la sua risorsa di ozioso fu di mettersi a curiosare per le strade, fantasticando sulle loro vecchie architetture così belle e così poco celebri per non avere ancora avuto un poeta, che le riveli alla indifferenza del pubblico. Girò a caso dietro a ricordi di cronache o di progetti edilizii, che gli ritornavano improvvisamente nel pensiero, sempre più stanco, con una sensazione di solitudine in mezzo a quella vita cittadina, che gli si addensava intorno da tutte le porte, riempiva le case, gridava dalle finestre, si mutava per ogni strada e per ogni vicolo in un quadro continuo ed evanescente, tumultuoso ed inafferrabile. Quante belle cose avrebbe potuto scrivere, se quel cristallizzare sempre il proprio pensiero, mutandone la poesia in fatica, invece di lasciarlo esalare come fanno i fiori coi profumi, non gli fosse in quel momento sembrata la più insopportabile delle goffaggini!
La sera, dopo pranzo, andò risolutamente al palazzo della contessa Ginevra: le signore erano ritornate nel pomeriggio. Allora ebbe paura; invece di salire si avviò verso i giardini pubblici. La notte era splendida, le stelle aggruppate nell'azzurro avevano una limpidità quasi sorridente, l'aria ondulava ad un vento leggero.
Ritornò.
La contessa Ginevra, la contessa Maria, il dottore, Bice stavano nel salotto attendendolo. Per la prima volta, dopo tanti anni, nell'entrarvi si sentì preso da un imbarazzo doloroso. La sua bella testa, impallidita in quei giorni, aveva un'espressione tale di sofferenza che la contessa Ginevra se ne accorse subito, e gli chiese affettuosamente:
—Siete dunque stato male, mio caro professore? Scappaste da Roma così senza neanche lasciarci un biglietto: che cosa fu?