—Io resto tutto il mese venturo, ingrato!—disse la contessa Maria.

—Allora verremo da voi.

Non era più il salotto dell'inverno. L'assenza di Prinetti e di Giorgi vi aveva lasciato un vuoto malinconico, gli altri parevano invecchiati. Come accade sempre, anche quel gruppo, vissuto così intimamente per tanti anni, si sentiva colpito da dissoluzione nella monotonia stessa di quella amicizia, che niente veniva più a rianimare. Solo Bice, rinnovellandosi in una seconda famiglia, avrebbe potuto mantenerli uniti ancora per qualche tempo.

Finalmente si accorsero della tetraggine di De Nittis: egli si era seduto presso la contessa Maria occupata a cifrare delle pezze per bambini; Bice affettava di scherzare col dottore.

—Verrò a trovarti in campagna,—questi le diceva,—ma se non sarai a modo mio, dopo quindici giorni t'imporrò finalmente l'ultimo rimedio.

—Quale?

—Non importa che tu lo sappia ora.

Bice arrossì.

—Non sarà dunque un rimedio da dottore? Badate che non abbia ad esser peggio.

—Ti conosco, mascherina! Va, piccola presuntuosa: non c'è altro in fin dei conti. Non dico che sia una gran bella cosa, perchè al mondo di bello veramente non c'è nulla, ma è così perchè è così. Tu, Roberto, potresti su questo tema parlare meglio di me, molto più che stasera non hai ancora fiatato.