La partenza fu melanconica, la contessa Ginevra aveva le lagrime agli occhi: tutta l'ammirabile superiorità del suo spirito si perdeva davanti al pericolo, che minacciava Bice.
Questa, la sera stessa, prima di andare a letto, le disse che sarebbe partita dimani per Corticella, solamente con Rosa; la contessa sempre più impressionata si guardò bene dal farvi obbiezione, sebbene fosse questa la prima volta che Bice voleva restare sola.
—Non mi permetterai di accompagnarti? No, no,—fu pronta a soggiungere vedendola fare uno sforzo,—verrò a trovarti fra qualche giorno,—ma il suo accento era così triste, che l'altra ruppe in pianto.
Rimasero abbracciate, poi si separarono senza che la fanciulla le avesse confidato altro.
La mattina sulle dieci Bice partì per Corticella, nel grande calesse con Rosa, mentre la contessa Ginevra telegrafava la triste notizia al dottore. Questi lo disse la sera stessa a De Nittis in casa della contessa Maria.
—Povera Ginevra!—essa esclamò,—domani sarà certamente qui.
Infatti arrivò il giorno dopo, sulle undici, avendo già saputo dal fattore che Bice si era chiusa nella stanza della povera Ada. Allora l'ansia crebbe in tutti pei ricordi funerei di quella villa, nella quale nessuno della famiglia da oltre venti anni aveva osato ritornare. La contessa Ginevra aveva imposto al fattore di venire due volte per giorno ad avvisarla di ogni più piccola cosa, ma le informazioni erano sempre uguali: la fanciulla non piangeva, parlava poco, ritornando sempre nella camera della mamma.
—Vuoi morire qui?—le chiese il dottore, andato a trovarla un dopo pranzo all'insaputa di tutti.
—Che cosa ne pensereste in questo caso?
—Che sei cattiva, dimenticando così tutti i tuoi obblighi.