Quelle serate erano di una grande tristezza per tutti. I vecchi domestici passavano per le stanze simili ad ombre annoiate, non vi era più nulla da fare, nessuno dava più ordini. La contessa Ginevra rifugiata presso la contessa Maria non tornava con lei a casa che per aspettarvi De Nittis o il dottore e ripetere con essi le medesime cose della sera antecedente. Ma la speranza che Bice, lasciata così a sè medesima, riacquistasse più prontamente il proprio equilibrio, scemava tutti i giorni. In una ultima lettera alla contessa Maria, ricordandole una sua frase, ella parlava della vita monastica come della sola possibile per coloro, che il mondo non vuole o che non sanno volerlo.
—Ecco il pericolo vero per certe teste, quando si è voluto dar loro una educazione bigotta!—proruppe Ambrosi.
—Ma dottore!
—Lasciatemi dire, contessa Maria: perchè fuggire davanti alle difficoltà della vita? Il monachismo è una diserzione: per pregare non c'è bisogno d'imprigionarsi. Chi lavora prega.
—Eppure l'anima umana ha un bisogno egualmente incontentabile di solitudine e d'intimità,—ribattè De Nittis.—Il monachismo non è una diserzione più che non lo siano l'arte e la scienza, nelle quali si vive quasi sempre stranieri anche a quelli della vostra casa.
—Adesso tu sosterrai per mania filosofica che Bice farebbe benissimo a prendere il velo.
De Nittis ebbe un sorriso penoso.
—Nessuno di noi potrebbe sottrarla a questa fascinazione dell'ideale.
—Non è vero: io, tu stesso, se ella t'amasse, lo potresti. Dio non è amato che quando non si può più amare altro; è il suo lotto, pari a quello di noi altri vecchi.
De Nittis a questa allusione diretta impallidì visibilmente.