—Ve ne andate?—esclamò la contessa Maria, che lo osservava acutamente, vedendolo cercare il cappello.

—Neanche tu stai benissimo da qualche tempo,—gli si rivolse il dottore.

Allora le due contesse si preoccuparono di lui come messe in allarme da quelle parole di Ambrosi: De Nittis dovette rispondere a molte domande affettuose, restando lì in mezzo, impacciato, titubante di andarsene. La contessa Maria lo accompagnò sino nell'anticamera.

Per tre sere De Nittis mancò. La sua malinconia era diventata di giorno in giorno più cupa dopo quella fuga di Bice, nella quale sentiva il dolore di una passione pari alla propria. Invano egli si era tutto detto colla critica spietata, che usiamo solo contro noi stessi, cercando di sollevarsi sempre più in alto nella sfera luminosa del dovere; più invano osservando il proprio rapido decadimento ne aveva quasi gioito come di un fatto, che verrebbe a troncare violentemente l'angoscioso dibattito dei loro cuori, perchè Bice stessa non potrebbe resistere alla rivelazione improvvisa di quella vecchiezza, quando egli non le sembrerebbe più che un malato; tutto era egualmente doloroso ed inutile, anche questa compiacenza della morte, dalla quale la sua anima di uomo si levava irresistibilmente con un lungo grido di amore. Anch'egli voleva essere amato almeno una volta come ogni uomo, per quanto basso ed infelice, deve pur esserlo: era questo lo scotto, la ragione suprema della vita. Sciaguratamente la passione di Bice, nata e cresciuta inconsapevolmente come la sua, era anche essa di quelle che non transigono: ella morrebbe al pari di lui, avvolta nel proprio segreto come in un velo invisibile.

A che pro lottare ancora? Perchè tornare tutte le sere dalla contessa Ginevra a soffrirvi un martirio atroce ed inutile con quei discorsi pieni di allusioni e di sbigottimenti, sotto i quali egli sentiva l'egoismo inconscio di una vecchiezza, che non voleva essere abbandonata? Invece egli amava Bice per lei stessa, e l'avrebbe consegnata colle mani tremanti e la fronte alta al giovane, che ella avesse preferito destandosi da quel sogno impossibile d'amore a pallidi riflessi lunari. Avrebbe avuto ancora la forza di parlare per darle nella poesia di un augurio il suo ultimo addio, e se ne sarebbe andato.

Invece l'ostinazione di Bice lo condannava allo strazio di una muta tragedia, della quale era impossibile indovinare l'ultimo atto; se la fanciulla resisteva nell'amore, egli doveva essere anche più incrollabile nella ragione. D'altronde non era egli amato, non aveva già avuto tutto così? Il matrimonio, lungi dal compiere il loro amore, lo avrebbe forse ucciso colla miseria di quelle stesse gioie, che negli altri lo fanno vivere.

Ma dopo essersi allontanato così da tutti, lo riassaliva più doloroso il bisogno di sapere che cosa fosse accaduto di lei: era sempre in campagna? Si era ammalata? Come mai il dottore non era venuto a trovarlo?

La vecchiaia era dunque davvero senza amici come tutte le povertà?

Poi lo seccava di essere sorvegliato anche in casa da Margherita. La buona donna, angosciata dal vederlo deperire a quel modo, gli veniva più spesso intorno per chiedergli se non avesse bisogno di nulla, ma cercando più che altro di farlo parlare. La sera, quando, invece di uscire come al solito, si chiudeva nello studio, essa insisteva più lungamente perchè andasse dalla contessa Ginevra, meravigliandosi che avesse cessato le visite, ora appunto che Bice era ammalata.

Quindi De Nittis doveva sopportare nuovamente i suoi discorsi su Bice, dai quali tratto tratto sorgevano certe allusioni, come se Margherita avesse davvero indovinato qualche cosa. Una mattina ella s'accorse che il ritratto di Bice non era più nella solita cornice dorata, a piede, sullo scrittoio.