De Nittis strinse silenziosamente la mano a Bice abbandonata al suo fianco, cogli occhi perduti nella profondità verde delle campagne. Era un pomeriggio di settembre; il sole curvo sull'orizzonte aveva una luminosità appannata, che rendeva più cupo l'azzurro del cielo; non aliava vento. Dai campi, ove le stoppie si allungavano regolarmente come immense pezze cineree sotto i festoni delle viti, venivano tratto tratto echi di canzoni e soffi tiepidi, mentre tra gli alberi, immobili ancora nella siesta del meriggio, qualche bue bianco passava con lentezza quasi distratta.
Tutto era calmo: terra e piante riposavano tranquillamente dalla fruttificazione dell'estate in un rigoglio di verde più scuro, giacchè tutte le messi erano state raccolte meno l'uva, penzolante tuttavia dai tralci in grappoli bruni o biondi agli ultimi raggi del sole. Non si vedevano nè stagni, nè maceri, nè praterie vuote, nè rialzi brulli o sassosi. La strada larga e piana si distendeva pigramente per la ricca pianura piena di ville, dalle quali la gente si affacciava tratto tratto.
Bice colla mano stretta mollemente nella sua, e un sorriso tremulo su tutto il volto, guardava innanzi colla sensazione deliziosa dell'aria agitata dal trotto dei cavalli, che le entrava nei riccioli della fronte come una carezza refrigerante. Le sarebbe stato impossibile di parlare o di voltarsi. Dopo tutte quelle emozioni della giornata, solamente adesso le pareva di rientrare in sè medesima, ma perdendosi da capo in un'altra emozione più profonda, qualche cosa di vago e di dolce, come una novità stupefacente, che le confondeva agli occhi le forme stesse del paesaggio.
Era vestita di chiaro, con un cappellino di paglia ornato di una gran piuma bianca, le mani senza guanti, con un mazzo di rose sul grembo, ardenti e sanguigne, che le davano quasi col loro acre profumo una sensazione di caldo. E sorrideva dardeggiando inconsciamente dagli occhi neri qualche lampo cristallino, mentre colla spalla si appoggiava confidenzialmente a quella del marito.
Per la strada alcune carrozze passarono salutando.
De Nittis invece si sentiva malinconico. Era stata per lui una stanchezza agitata quella di tutte le funzioni insino dalla mattina, mentre la sua anima tremante di una tenerezza sbigottita avrebbe avuto bisogno del silenzio nell'attesa dell'ultimo grande momento. Tutto invece era stato rumoroso, affaticante in una volgarità inevitabile di festa, attraverso la quale più di una volta aveva provato l'improvviso dolore di una puntura. Ma egli stesso non avrebbe ancora saputo ricostruire nella memoria le molteplici scene di quella giornata, la più lunga della sua vita. Adesso la pace serena della campagna gli dava un altro sottile senso di pena, come di una solitudine, nella quale rimaneva nuovamente straniero. Quei campi, quelle ville, quella strada così larga e piana gli erano sconosciuti; non si ricordava di esservi passato altra volta: erano un mondo, che non poteva sorridere al suo cuore non avendo prima con esso stretto alcuna intimità. Involontariamente, per quel bisogno istintivo nell'uomo di non abbandonare mai interamente il proprio passato, si guardò intorno cercando una pianta, un pilastro, un segno qualunque, dal quale gli venisse come un saluto discreto alla sua felicità ancora vergine di quella prima ora con Bice.
Come era lontano il tempo, che se la teneva sulle ginocchia, insegnandole il senso delle prime parole!
Gli ultimi mesi invece erano passati rapidamente, pari ad un volo bianco di colombi. Bice era tornata a Bologna nella carrozza della contessa Ginevra, seduta accanto a lui e dirimpetto alla contessa Maria. La loro spiegazione dinanzi alle due signore non aveva avuto alcuna di quelle teatralità, che sono pure così frequenti nella vita: egli l'aveva baciata sulla fronte chiedendole notizia della sua salute, e le aveva quindi offerto il braccio per discendere in giardino.
A quella muta accettazione le guance della fanciulla si erano accese di un rossore momentaneo di febbre.
La sera De Nittis pranzò solo fra Bice e la contessa Ginevra, perchè la contessa Maria aveva trovato un pretesto per andarsene; ma la ragione era di avvisare il dottore, nel quale forse quel matrimonio avrebbe potuto produrre qualche scoppio. La contessa Ginevra era stata la prima a temerne.