Poi vennero altre preoccupazioni. Bice non poteva abbandonare la zia Ginevra, e non volendo ospitare lui nella propria casa per un rispetto delicato alla dignità del marito, convennero di seguitare a convivere colla zia lasciandole l'impero assoluto di tutto. Nulla sarebbe quindi mutato. La contessa non potè mai ottenere da De Nittis che le prestasse ascolto ad alcuna questione d'interesse; egli rispondeva invariabilmente con un sorriso:
—Io firmo solamente; avete qualche cosa da farmi firmare?
E Bice, trovando graziosa quella formula, la ripeteva colla stessa ostinazione. Nullameno vi furono congressi di notai e di avvocati, ai quali dovettero assistere per la costituzione della dote, i conti di tutela, gl'imbrogli e le questioni inevitabili di tutti i grossi patrimoni. La contessa si lagnava soventi del loro abbandono, benchè in fondo non le dispiacesse di conservare sino alla fine quella autorità, cui si era da tanti anni abituata.
Bice non si interessò che all'arredo della propria camera nuziale, ma sempre colla medesima squisitezza di cuore decise che, dopo il matrimonio, Margherita e Tonina sarebbero le sue cameriere. Esse rappresentavano la casa di lui, tutto quanto possedeva oltre i libri.
Con grande meraviglia di tutti la vecchia Rosa non protestò; anzi, quando Margherita venne la prima volta a prestare una mano pei nuovi lavori, le andò incontro; Bice e De Nittis assistevano alla scena.
—Venite qua che v'insegni,—disse.—Io l'ho allevata, ma adesso non posso andare più in là; conosco la ragione, che quando le donne si maritano hanno da mutare mano. La vecchia casa rimane come il guscio dopo che il pulcino è uscito.
Ma la solennità del doppio matrimonio civile e religioso diede a Bice e a De Nittis quasi il medesimo senso di pena, perchè la contessa Ginevra, pur rendendosi conto della malevolenza satirica di molti invitati, non volle rinunciare alla pompa impostale dalle ricchezze di Bice e dall'importanza della propria casa. La sua fine esperienza di dama le aveva fatto comprendere che, evitando il mondo col celebrare il matrimonio al Sasso nella piccola chiesa della parrocchia col dottore e Prinetti per testimoni, come la fanciulla desiderava, si sarebbe data causa vinta ai maligni propositi. Tutti avrebbero veduto in tale modestia una tacita confessione di ridicolo per quel matrimonio di un vecchio filosofo con una ereditiera, allevata nella bambagia e coll'olio di merluzzo.
Adesso De Nittis tra quella calma vespertina del paesaggio, risentiva più vivamente le umiliazioni del mattino. Il suo orgoglio di uomo aveva sanguinato più di una volta sotto la sferza di un complimento o la puntura di uno sguardo femminile; tutti lo spiavano, quasi pesando la sua virilità con certi sorrisi lunghi, che dicevano più impurità di una perizia medica. Le mamme specialmente, accalcate secondo il solito intorno a Bice per incuorarla contro l'emozione di quel momento, che fa piangere tante spose, s'attardavano nelle parole affinando i sottintesi con una crudeltà insultante. Quel matrimonio aveva offeso giovani e vecchi, ricchi e poveri. Si trovava assurdo ed immorale che De Nittis, già in diritto di chiedere la pensione, e quindi oramai incapace anche di fare il professore, sposasse una fanciulla con due milioni di dote, la più grossa ereditiera della città. Che cosa aveva creduto la zia nel permetterlo? Che cosa aveva sperato?
Tutti notarono ironicamente la miseria del regalo offerto dal marito, un filo di perle piccolissime, forse pagate un trecento lire, in confronto di quelli presentati dai parenti e dagli antichi più facoltosi amici della contessa Ginevra. Prinetti, presente al matrimonio, aveva portato un miracolo africano, un baule fatto con pelle d'elefante conciata, simile ad un piccolo blocco erratico.
Ed anch'egli era malinconico.