Oramai erano giunti, ma sul prato li attendeva la più ingrata delle sorprese. Tutti i loro contadini e molti altri del vicinato, la banda del paese, il parroco, lo stipavano malgrado gli ordini di Bice al fattore di non voler ricevere alcuno. Margherita, tremante in cuore di questa disobbedienza, raggiava sull'uscio fra il capobanda, il curato e il fattore, che si mossero tutti all'entrare della carrozza. Scoppiò un applauso fra grida e un agitare di cappelli, uno sventolare di fazzoletti, mentre il maestro cercava di radunare i bandisti col battere la bacchetta sopra uno dei leggii a stecche, disposti in circolo sul prato.
I suonatori disseminati fra la folla tardavano. La carrozza era già circondata; Margherita non aveva potuto arrivare ad aprirne lo sportello dal canto di Bice, perchè un giovane bandista biondo, dall'aria signorile, uno dei zerbinotti di Corticella, si era precipitato per il primo respingendo la folla, ed aveva offerto la mano alla sposa. Bice trepidante si volgeva verso De Nittis caduto nelle braccia del fattore, e già nascosto da tutte quelle mani alzate, gesticolanti. Non si capiva nulla; una gioia assurda rimescolava quella folla in un'improvvisa intimità coll'impeto e il frastuono di un baccanale. Sulla carrozza, rimasta arenata nel mezzo, Giuseppe troneggiava colla frusta sulla coscia, pallido anch'esso per l'emozione, seguendo di lassù lo spettacolo dei padroni, che s'inoltravano fra la calca, verso la porta della villa, senza potersi vedere.
Ma la gente vi si fermò come ad una clausura. Bice sorrideva già, presa nell'onda di quella gioia con una sensazione confusa del bel giovane dall'assisa di bandista, che le aveva aperto lo sportello della carrozza per accompagnarla colla mano nella mano, all'altezza del seno, come nei duetti d'opera. De Nittis invece, visibilmente contrariato da quella ressa, cui il vino prodigato anticipatamente dal fattore aveva più che altro contribuito, era diventato smorto; mentre il flusso delle grida e la veemenza dei gesti seguitavano ad investirlo coll'irrefrenabile crescendo delle passioni popolari.
—Vivano gli sposi, viva la contessa Bice, viva il professore!
—E il padrone!—urlò più forte un contadino.
—Viva!!
—Musica!—proruppero insieme molte voci.
Quasi nel medesimo istante i bassi della banda scoppiarono provocando un'altra esclamazione, come un tentativo per soffocarli, una sfida fra due espressioni di gioia egualmente fragorose.
—Andiamo, andiamo!—mormorava il curato messosi a fianco della porta: lasciate che i signori salgano.
Ma nuovi urrà li rattennero, intanto che i più vicini indirizzavano loro parole sconnesse, congratulazioni rese intelligibili da certi scatti maliziosi degli sguardi, che la severa signorilità del professore e la grazia mite di Bice non dominavano più. Era un altro mondo, ben diverso da quello del mattino, più semplice e fors'anco più brutale, ma che sentiva ancora nel matrimonio la più gran festa della vita, e ne delirava con una istintiva solidarietà per l'avvenire dei due, che la ricominciavano. Era impossibile ingannarsi sulla sincerità di quelle ovazioni.