—Dovremo invitare qualcuno a pranzo?—chiese a Margherita, pensando confusamente al capo banda, al curato e a quel bandista che l'aveva aiutata nello scendere dalla carrozza.
—Non abbia paura,—rispose l'altra:—che diavolo! mi pare che oramai si è fatto abbastanza.
De Nittis si accostò sorridente per stringere di nascosto la mano a Bice, mentre il curato, proseguendo a parlargli di letteratura, ripeteva con una certa aria di competenza il nome di Carducci.
—Oh! un grande poeta,—egli rispose distrattamente.
—Signor curato,—disse Bice, prendendo dalla tavola, già macchiata da tutte quelle mani e da molti bicchierini rovesciati, un piattello di paste per offrirglielo.
Quegli accettò. Ma il fattore tornò nel loro gruppo per chiedere se erano stanchi, giacchè con tutto quel chiasso dovevano esserlo certamente, anche se la gente avesse avuto più educazione, ma che in ogni modo bisognava cominciare a liberarsene.
—La discrezione ci vuole sempre.
—Lasciate, lasciate pure,—mormorò De Nittis, contento di non sentire in alcuno di quegli sguardi la malevolenza degli altri invitati nel mattino.
Bice notò che una contadina, entrata con un bimbo per mano, gli aveva messo un confetto in tasca: allora una tenerezza la prese, volle abbracciare il bambino, gl'imbottì le saccoccie di dolci invitando tutti con un gesto a fare altrettanto per sè stessi. Nullameno la maggior parte non osava.
Solamente due ore dopo la villa fu sgombra; la piccola botte vuota e dimenticata dietro un vaso di oleandri era l'unico segno della festa, che rimanesse sul prato.