De Nittis e Bice pranzarono soli, al pianterreno, in un elegante salotto arredato negli ultimi mesi dalla povera Ada. In quella prima intimità d'innamorati le ore volavano. Margherita aveva messo un largo grembiule bianco, orlato di trine, su quell'abito di seta, e camminava con passo più leggero ritirandosi appena cangiati i piatti dalla tavola, quasi colla stessa circospezione, che avrebbe usato nella camera di un infermo. Un'aria lieve gonfiando le tende della finestra sbatteva ogni tanto la fiammella del lume a petrolio riparato da un festone di fiori in carta rosea: qualche farfalla aliava sulla tovaglia di un candore quasi troppo vivo, mentre il gabinetto basso, in cretonne a ramoscelli ceruli sopra un fondo paglierino rimaneva come in una soavità di bruma crepuscolare, più densa negli angoli, dai quali alcuni vasi di fiori alzavano vivi profumi.

Bice non mangiava quasi. Un sorriso sembrava circondarle di un'aureola il magro viso di monaca dagli occhi stellanti e dal gran naso ducale sulla piccola bocca, una delle sue più dolci bellezze. La sua fronte si perdeva sotto un nimbo di ricciolini nerissimi, ai quali il pallore del volto e il bianco della vestaglia, indossata appunto per il pranzo, davano un insolito risalto, sfumando di una intenzione di grazia l'angolosità de' suoi lineamenti. Quasi quasi si sarebbe detta già mutata in ogni mossa. Quella nuova pettinatura e la stanca mollezza de' suoi atteggiamenti entro quelle ampie pieghe, che simulavano tratto tratto ricchi contorni, tradivano uno studio intenso e subitaneo di civetteria; al collo, circonfuso di merletti, non portava che il tenue filo di perle offertole da lui nel mattino.

Egli invece dopo tutte quelle affaticanti impressioni mangiava gaiamente, con una letizia giovanile nel cuore, come a Roma, quando usciti con lei da un museo entravano ridendo della propria fame in qualche trattoria secondaria. Tutta la sua gravità di professore era scomparsa per dar luogo ad una eleganza quasi mondana, con un abito chiaro a corta giacca, una camicia molle dal colletto rovesciato, e invece della eterna cravatta bianca inamidata un fazzoletto chiaro di seta, annodato negligentemente. Sul principio aveva egli stesso sorriso di questa metamorfosi ma, incontrandosi con Bice, ella gli era saltata al collo con un grido di ammirazione.

Nella villa non v'erano più che Margherita, Tonina e il vecchio
Giuseppe, perchè il fattore abitava in un'altra casetta vicina.

Colla pronta intuizione delle donne in simili casi, Margherita non aveva parlato durante il pranzo, comprendendo benissimo che la dimestichezza bonaria permessale sino allora dal professore, non sarebbe stata più possibile nella nuova casa abituata ai modi cortesi ma aristocratici della contessa Ginevra. Quindi non fece alcuna obbiezione, allorchè uscendo nel giardino a braccio di lui Bice le disse di coricarsi.

Faceva caldo.

Camminarono qualche tempo sul prato fra gli odori acuti degli oleandri, poi tirando dall'interno il catenaccio del cancello con un senso giocondo di scappata, come due scolari che si avventurino a qualche impresa notturna, si trovarono fuori. La strada s'allungava biancastra e vuota dinanzi a loro nel silenzio. In alto, fra l'ombra, i sorrisi delle stelle accendevano tratto tratto strani bagliori, mentre le frondi palpitavano improvvisamente, e da lungi qualche voce indistinta si spegneva nel gran sonno della campagna. Gli alberi legati dai festoni delle viti, e col capo orlato di un sottile chiarore, si perdevano in lunghe file dentro la notte, togliendo ogni vista dei campi.

Bice aveva raccolto più strettamente lo scialle bianco di seta, e s'appoggiava al suo braccio sfiorandogli spesso colla fronte la spalla: egli superbo non si era che coperto il capo con un largo cappello chiaro da fattore, che gli annegava tutto il viso nell'ombra.

—Oh la bella notte!

—La prima notte bella! Sei tu, mia cara, è il tuo scialle bianco, che diffonde nell'aria questo senso di purezza, questo incanto di sogno crepuscolare. Oh!—sospirò anch'egli dopo un istante di pausa, passandole il braccio alla cintura, e piegandosi a respirare il profumo della sua testa nuda;—nemmeno tu la sapevi quest'ora sospesa nella nostra vita come una stella. L'amore solo è eterno ed ignora la morte. Che importano l'ombre, che quaggiù si dissolvono in un effimero contrasto, questa rauca tragedia, nella quale le anime si combattono quasi sempre mascherate: che importano, Bice mia, tutte le paure e tutti gli spasimi, quando la stella si scopre improvvisamente all'orizzonte, e un soffio insensibile ci depone sul suo lido? Le nostre parole non sono anch'esse che un'ombra, e dileguano quando i cuori cominciano ad intendersi.