Il cancello era aperto, Giuseppe li attendeva sul prato, fumando la pipa, sdraiato sull'erba e colla testa poggiata ad un grosso vaso di limone. Al vederli entrare si alzò, essi ne rimasero scontenti.

—La notte è buonissima, non cade rugiada,—si permise di dir loro.

Aveva lasciato la candela accesa dietro il battente della porta: ne accese un'altra, disponendosi ad accompagnarli.

—Date qui,—gli si volse Bice.

L'altro titubava; allora De Nittis gliela prese di mano e, interpretando il pensiero di lei, lo mandò a letto.

La loro camera era al primo piano, Bice saliva le scale tremando. Appena furono dentro, De Nittis andò ad accendere la candela sopra uno dei comodini del letto, presso il quale era un antico inginocchiatoio di quercia con due piccoli cuscini di seta rossa per i gomiti e per le ginocchia. La camera, parata di una stoffa cenerognola, era pallida e mite nel chiarore, che si spandeva da una grossa lampada appannata, sospesa al mezzo del soffitto per una catena di anelloni dorati.

Poi tornò presso Bice per trarle lo scialle, ma le mani tremavano anche a lui; ella invece gli sfuggì correndo all'inginocchiatoio, e curvandovisi tutta col viso fra le palme. A lui parve d'intendere un singhiozzo, fremè. La sua anima ebbe un ultimo spasimo in quel vacillamento misterioso, che ci coglie sempre al momento di entrare in una nuova irrevocabile fase della vita, e le si appressò colle mani tese quasi per sostenerla.

Infatti ella singhiozzava sotto il piccolo ritratto della Vergine.

—Bice!—le mormorò sul capo, mentre con ambo le mani cercava di alzarle il volto.

Ella cedette, arrovesciandosi verso di lui, sempre in ginocchio, colla faccia illuminata dolcemente dai grandi occhi profondi; la sua mano sottile gli accennò tremando la Vergine.