—Anche tu l'adori….—balbettò come un'ultima preghiera.

—In te.

IX.

Quando le dissero finalmente di aver trovato la contessa Ginevra morta nel letto per un colpo fulminante di apoplessia, Bice cadde in convulsioni; poi rinvenendo fra il dottore e il marito:

—Se non ti avessi!—aveva esclamato, afferrando con una specie di spavento la mano di questo.

La contessa Maria, ammirabile come sempre di devozione, rimase parecchi giorni al suo capezzale per ammonirla che adesso più alti doveri le imponevano di soffocare le mormoranti ribellioni del suo cuore contro i voleri di Dio. Se la contessa Ginevra era morta senza i conforti della religione, la sua anima era troppo bella e la sua vita troppo pura per temere che Dio non l'avesse accolta fra gli angeli del suo paradiso: e la voce della contessa Maria in queste esortazioni aveva un tono di sicurezza esaltata, alla quale Bice non avrebbe saputo come opporsi. Ma parlandole dei riguardi dovuti alla creaturina, che stava per nascere, ella stessa era ripresa dalle dolci paure del parto, questo mistero dei misteri anche per le madri, e nel quale nessuna luce di pensiero ha ancora saputo penetrare.

Dopo la morte della contessa Ginevra, Bice, come unica erede, aveva seguitato ad abitarne il palazzo senza cangiarvi alcuna disposizione. Tutti i servitori avevano ricevuto la pensione restando in servizio, benchè non avessero più nulla a fare, dal momento che ella non voleva intorno se non Margherita, Tonina e la vecchia Rosa oramai rimbambita. De Nittis, compiuti i trent'anni d'insegnamento, rinunciò alla cattedra per compiacere Bice, paurosa di restar sola ed incapace di occuparsi di amministrazione. Infatti il suo patrimonio, quantunque abbastanza ben amministrato, avrebbe avuto bisogno di molte riforme e di una più intensa vigilanza. Con quella ammirabile duttilità d'ingegno, che era una delle sue doti più caratteristiche, De Nittis vi si accinse quindi alacremente riuscendo in poche settimane a rendersi conto di ogni errore nel sistema e dei vizi delle persone: poi libero da qualunque suscettività avara, e colla bella indulgenza acquistata in quella lunga austera vita di studio, non precipitò a reazioni imperiose. Espose tutto a Bice, che lo ascoltò senza capire consentendo anticipatamente a quanto stava per chiederle. La sua idea, semplice e chiara, era di cedere tutti i terreni in una lunga affittanza, che costringesse il locatario nel proprio medesimo interesse a coltivarli senza risparmi; così il patrimonio sarebbe aumentato di rendite e di capitali. Naturalmente agenti e fattori sarebbero stati pensionati, meno quei due o tre fra i migliori, ai quali verrebbe affidata la sorveglianza degli stessi affittuari. Questo sistema era il solo per non lasciare Bice, nel caso troppo pronto di una vedovanza, in balia di un personale d'amministrazione naturalmente proclive ad ingannarla. Se fosse stato più giovane, si sarebbe messo egli medesimo alla testa di quegli ottanta poderi per compiervi una rivoluzione agraria ed agricola, ma non potendo più averne nè il tempo nè il modo si limitò a guarantire contro la naturale rapacità degli affittaiuoli tutti i vecchi patti colonici dei contadini condonando a questi anche i debiti.

Questa semplificazione, così logica, comportò nullameno molte trattative e disturbi, durante i quali De Nittis rimpianse più d'una volta la propria cattedra, sentendo per un'ultima amara ironia della vita crescervi intorno la celebrità appunto dopo quella volontaria rinuncia. Vi era stata per lui all'università una specie di festa, della quale i giornali avevano parlato anche fuori della provincia; così al momento di abbandonare per sempre quell'aula, nella quale il suo pensiero si era svolto per tanti anni in spirali luminose, la commozione lo vinse.

Doveva essere l'ultima data della sua vita.

Tutti i sogni e i dolori passati gli fecero ressa al cuore: l'aula rigurgitava di scolari, alcuni professori erano presenti. L'applauso, fragoroso ed insistente alle sue prime parole di saluto, gli mozzò il respiro costringendolo ad abbassare la testa per nascondere le lagrime, che gli cadevano grosse dagli occhi. Quella folla volgare, sempre la medesima di tutti gli anni, in tale momento si trasformava anch'essa come accade sempre a tutte le folle sotto la pressione di un qualunque sentimento. Egli era già morto per loro, che salivano gaiamente l'erta della vita: il suo pensiero non li incontrerebbe più, la sua voce non potrebbe più scrollare colle proprie sonorità certe fibre recondite della loro coscienza. Ritto sulla cattedra, come sulla tolda di un vascello che salpi per un altro mondo, egli si sentiva lo sguardo vago e la fronte battuta dal vento.