—Il mio è un vitellino;—si lasciò sfuggire arrossendo, perchè entrava Margherita.
Benchè il parto fosse andato anche troppo bene, Bice penò a rimettersi. Uno sfinimento la teneva a letto, bianca ed inerte, coll'anima piena di una malinconia, che la vista stessa del suo bambino non bastava a vincere. Infatti il piccolo Giulio sembrava deperire tutti i giorni: la sua testina scura, con la pelle già vecchia, diventava di un effetto impressionante, quando Mea se l'attaccava alla grossa mammella, sfolgorante e resistente come il marmo. Invano Margherita per vincere tali preoccupazioni si ostinava a vantarlo come un amorino, portandolo spesso in giro fra le braccia, e fingendo di palleggiarlo appena Bice o De Nittis potesse vederla. Questi invece soffriva più di tutti, orribilmente, in silenzio: quella creaturina era dunque tutto ciò che la natura aveva consentito alla sua passione per Bice! Quindi una amarezza, mano mano più umiliante, gli toglieva perfino di fingere innanzi agli altri il solito entusiasmo dei nuovi padri pel primo figlio, specialmente se ella, spaurita del pari, si voltava interrogando coi grandi occhi. Tale chiaroveggenza, nella quale un medico avrebbe forse ancora saputo sperare, si esagerava in loro cogli spasimi di una paura delirante di amore. Bice non osava più la menoma osservazione a quanto le ingiungessero, preoccupata di nascondere il proprio stato per non accrescere quella muta desolazione del marito. La sola sua gioia, intensa e repressa, era di contemplare Mea curva sulla faccia del bambino, schiacciandolo quasi con quel suo seno largo di contadina, dal quale il latte zampillava così copioso che doveva possedere le stesse virtù supreme del sangue per il rinnovellamento di una tanto grama esistenza. Allora una specie di contentezza le saliva dal cuore ad umiliare la propria superiorità di signora malaticcia, tanto poco capace di essere madre, davanti alla sua potenza di balia sufficiente per due bambini, e alla sicurezza, colla quale maneggiava talora anche dinanzi a lei, quasi senza riguardi, quel frale corpiciattolo.
Mea, timida da principio, si era accorta presto di questa muta venerazione senza poterne intendere il profondo significato, ma il suo umore facile, eccitato dalla carne e dal vino, col quale a tavola la rimpinzavano, ne era diventato anche più allegro; mentre la sua bellezza nelle nuove vesti sgargianti di seta, col grande fazzoletto bianco di trine, che le involgeva il busto roseo ed azzurro, e un altro fazzoletto attorcigliato sulla nuca alla provenzale, raggiava di più vivo splendore.
Fortunatamente la naturale bontà del suo carattere le faceva amare anche il bambino.
Bice avrebbe voluto farla dormire nella propria camera, ma il dottore si oppose. A che pro? I bambini avevano bisogno di aria pura, anche più degli adulti, e quella stanza non era abbastanza grande per tre; poi la balia, messa in soggezione dalla madre, non avrebbe dormito quanto le occorreva.
—Per questo,—aveva detto Mea imprudentemente,—a me non ci pensino.
Pochi giorni dopo, Ambrosi dovette tornare precipitosamente perchè il bambino, preso da sforzi di vomito, pareva dare in convulsioni; la balia sosteneva che non era nulla, però dal suo accento si capiva che voleva mostrarsi più pratica di quanto lo fosse. Il piccolo Giulio, sepolto fra i merletti della sua navicella scolpita, dormiva di un sonno agitato sotto gli sguardi di Bice, curva su lui col volto disfatto.
Il dottore esaminò il bambino fingendo di non avvertire la febbre, che lo teneva sopito, e scoppiò a strapazzare tutti. Così era impossibile andare avanti! Che cosa credevano adunque? Che quello fosse il primo bambino nato al mondo, da diventare matti tutti quanti, improvvisamente, se avendo deglutito un po' più di latte, aveva necessariamente fatto qualche sforzo per rivomitarlo? Non accadeva anche agli adulti? Adesso con tutte quelle false tenerezze si era riusciti a spaventare anche la balia.
Bice allibita piangeva silenziosamente, De Nittis invece, pallido come un cencio, scrutava nel viso del dottore temendo d'indovinare la commedia di quella collera.
Allora Ambrosi trascese.