A Bologna la loro vita continuò come prima, apparentemente calma e modesta, ma un terrore angoscioso di quel matrimonio, nel quale Dio li puniva coll'inane debolezza del figlio, separava ogni giorno più profondamente i due sposi. Bice era anche più severa verso sè medesima. Perchè aveva dunque voluto diventare sposa e madre, sapendo intimamente di dovere quella sottile esistenza di ventitrè anni solamente alla sapiente carità di tutti i suoi amici? Essi avevano potuto strapparla alla morte, ma non darle la vita rigogliosa e feconda delle altre donne. Invece, dopo aver ricusato Lamberto, bello come un atleta, ella si era messa pazientemente, tristamente, ad insidiare la tenerezza del maestro togliendolo alla propria pace crepuscolare per gettargli nell'anima la più dolorosa di tutte le tragedie, quello spasimo dei padri costretti ad assistere l'agonia dei figli, e a rimproverarsela. Nessuna passione poteva scusare tale crudele egoismo. Lamberto, sposandola nell'equivoco di una prima simpatia fanciullesca, avrebbe sempre potuto consolarsene con altre donne, mentre De Nittis doveva invece morirne fra le querele della propria coscienza e le ironie del mondo. Quindi ella sentiva di amarlo più vivamente, appunto per questo rimorso di essere la irreparabile sciagura della sua vita, ora che sformata dal parto non aveva nemmeno più nulla da offrirgli come donna.

Infatti la pelle del volto, macchiata qua e là di trasparenze perlacee, le cadeva flosciamente rugandosi ad ogni piccolo moto, mentre il ventre, rimasto grosso, faceva sembrare anche più dolorosa la curva rientrante del suo petto. Una invincibile prostrazione, dopo qualunque più lieve fatica, le toglieva persino quella prima vivacità giovanile, della quale aveva potuto farsi una grazia, lasciandola quasi senza vita dinanzi allo sguardo malinconico di lui. In tale avvilimento di sè medesima una delirante passione le saliva dal cuore di cadergli ancora fra le braccia per ottenere il suo perdono in un abbandono di singhiozzi e di baci. E siccome il parto li aveva separati, quella solitudine sul grande letto matrimoniale, di notte, nella camera fiocamente illuminata, le rinnovava quasi le paure da bambina fra voci di pianto e invocazioni di nuovi dolori, che la ritornassero un'altra volta degna di essere sposa e madre.

Talvolta invece, credendo d'aver sorpreso nell'occhio di lui un lampo inquietante, si rifugiava ai piedi della Vergine in un'angoscia anche più acuta di felicità. Egli l'amava dunque ancora? Tutto era dunque possibile; e Giulio, il piccolo Giulio, rifiorirebbe egli pure, perchè i bambini sono davvero come i fiori, e basta una goccia di rugiada o un raggio di sole a decidere del loro rigoglio! Poi le malinconie la riprendevano da capo dinanzi a lui, che non sapeva più dove passare le giornate. De Nittis usciva poco di casa, non aveva più lezioni all'università per distrarsi, nè brighe nell'amministrazione già abbastanza bene riordinata; invece cercava di esserle vicino tutto il giorno con una evidente intenzione di consolarla. Malgrado tutta la propria perspicacia, ella non avrebbe mai potuto indovinare con quali più tristi accuse egli segretamente si torturasse per non aver saputo resistere alla propria passione senile, togliendo così a lei l'aiuto di un'altra giovinezza più forte, come la natura avrebbe voluto. Quella, che in Bice era stata inesperienza e fascino di un primo affetto, in lui, già passato attraverso tutte le tragedie della vita, era divenuta corruttela. Questa abbietta parola adesso gli stava confitta nella mente come un marchio di pena. Qualunque fosse la passione, che il suo cuore aveva finito per sentire verso di lei, il senno più volgare e la più ordinaria onestà avrebbero dovuto imporgli di soffocarla: a che dunque tanti anni di filosofia, se non bastavano ad impedire un matrimonio, nel quale un vecchio maestro povero, oramai senza sangue nelle vene, abusava della giovinezza ammalata di una scolara milionaria per farsi sposare?

Tutte le scuse, che allora lo avevano persuaso, scoprivano adesso la propria inanità. Certamente il piccolo Giulio morrebbe! Egli lo sentiva, era necessario, era giusto… Perchè, e sopratutto di che, quella creaturina avrebbe vissuto? Si ricordava la tristezza di Prinetti, durante la grande cerimonia civile, tra quella fredda e latente ironia di tutti gli invitati; i modi così mutati del dottore che, conoscendo di non potersi opporre a simile follia, aveva voluto lasciarvi quel poco di allegria permessa da un'ultima illusione. E anche ora mentiva ostinatamente con lui e con Bice, dichiarando che il bambino non correva alcun pericolo; ma egli pure aveva studiato abbastanza biologia e fisiologia per non potersi più consolare di tali menzogne.

Che gli restava dunque della vita? Quella solitudine senza passato, senza avvenire, senza amici, senza idee, dalla quale aveva creduto di fuggire sposando Bice, si dilatava adesso nella sua vita come sopra una steppa gelata. Era solo, e forse lo diventerebbe maggiormente, perchè sua moglie e suo figlio, sottomessi precocemente alla morte dalla sua vecchiezza, agonizzavano già, silenziosamente, vicino a lui.

Era così, lo aveva voluto.

Indarno il dottore e la contessa Maria tentarono ogni modo di distrarli, poichè l'anno di lutto non essendo ancora trascorso, persino i teatri rimanevano loro chiusi. Quindi per uno di quegli accordi taciti, che solo i grandi dolori suggeriscono, ciascuno evitava di parlare del piccolo Giulio; solo il dottore, che andava spesso a trovarlo, riassumeva tutte le notizie in un solito:

—Va bene.

Quelle sere i volti erano più ansiosi; ma dopo queste parole sacramentali, la conversazione stentava ancora più a riannodarsi.

Verso Natale Bice insistè per vederlo.