Solo Bice, parlandole forte nell'orecchio, aveva ancora la facoltà di trarla da quella sonnolenza di bruto; poi la vecchia tornava ad abbandonare la testa sul petto, e i suoi occhi senza sguardo rimanevano fisi in una opacità oleosa d'impannata. Laonde tutti i tentativi per farle riconoscere il bambino erano riusciti vani; glielo avevano messo sul letto, sulle ginocchia, quasi fra le mani, con una di quelle ostinazioni, alle quali è così difficile dare un nome; ma il piccino era sempre scoppiato a piangere, ed ella non aveva avuto che un gesto vago.

Bice, superstiziosa come tutte le mamme, si era sentita stringere il cuore da un'angoscia inesprimibile. Nella sua immaginazione malata, Rosa era a poco a poco divenuta il genio misterioso della casa, che ne custodiva nella profonda coscienza tutti i segreti; quindi si ricordava di non essere mai riuscita, malgrado la propria superiorità, a celarle qualche cosa di se stessa o a ribellarsi contro i suoi oscuri voleri. Ma quando l'aveva interrogata su quel matrimonio con De Nittis, la vecchia era rimasta in silenzio. Perchè? Ella non aveva osato ripetere la domanda. Però, da quel giorno, Rosa rientrata più profondamente nel silenzio della propria solitudine, non aveva sentito altro nella casa, nè le feste del matrimonio, nè la morte della contessa Ginevra, nè la nascita del piccolo Giulio; Bice veniva a vederla due o tre volte al giorno, ma il suo cuore si distaccava insensibilmente da quella figura di mummia, già fuori della vita.

Il piccolo Giulio assorbiva tutte le sue preoccupazioni.

Era piccino, coi capelli radi e riccioluti sopra la fronte troppo convessa e la testa troppo grossa. I suoi occhi frangiati da ciglia di una lunghezza impressionante, che a lei ignara del probabile significato patologico di questa bellezza facevano battere il cuore d'orgoglio, erano azzurri, di una limpidità cristallina e fosforescente; avea la pelle non fresca, ma così fine che vi si contavano tutte le più piccole vene di un turchino scialbo, come fili stinti sotto uno strato diafano di polvere. Ma, sebbene parlasse già e conoscesse benissimo tutti, la sua viva predilezione era di restar lungamente seduto sopra un'alta scranna a guardare delle stampe nel gabinetto di Bice, mentre essa fingeva di lavorare sorvegliandolo con intensa passione. Entrambi parevano quasi sempre tristi: egli permaloso per ogni nonnulla resisteva ostinatamente a tutti i tentativi di riconciliazione, e allorchè, pigliandolo in collo dolcemente, ella si metteva a passeggiare pel gabinetto, la sua pesante testina le si piegava a poco a poco, lenta e smorta, sui capelli neri come sopra il cuscino di una bara. Quindi Bice, non osando accompagnarlo fuori di casa per paura del freddo, aveva fatto disporre due grandi saloni con molti vasi di piante, a giardino, perchè potesse svagarvisi come per una campagna; ma poco appresso, impaurita da qualche gesto del bambino, che si portava spesso la mano alla testa, credette che i profumi di quei pochi fiori gli facessero male, e fece rimettere i saloni come prima. Solamente nelle belle giornate di sole, quando faceva quasi caldo, usciva con lui in carrozza sul mezzogiorno, dopo averlo ben bene affagottato.

Poi, ai primi soffi della primavera, tornarono al Sasso. Il bambino deperiva lentamente, diventava cereo, colle mani crespe, senza più voglia di camminare. Margherita, quando era sola con lui, doveva soffrire mille pene per fargli muovere qualche passo sul prato; ma, se Bice sopravveniva, lo ripigliava subito in braccio, e se ne andava dondolandolo guardingamente.

De Nittis, anche più inquieto di Bice, taceva. Già prima di partire pel Sasso, avendo interrogato vagamente l'illustre clinico dell'università, questi gli aveva risposto in modo così scoraggiante, da fargli quasi sospettare che potesse avere esaminato il bambino; e però soffocando in cuore le paure, che ne guizzavano ogni minuto, lo sorvegliava anch'egli di continuo, con una acutezza di osservazione resa anche più dolorosa dalla necessità di nasconderla.

Bice invece sembrava reagire contro quelle dolorose impressioni, come sforzandosi a negarle con una insolita volubilità; ma una sera che il sindaco era venuto a salutarli col medico condotto, un giovane secco e bruno, di una fisonomia volgarissima, la sonnolenza del bambino e il suo schermirsi incessante dalla luce colle manine la colpirono più vivamente. Glielo mostrò.

Il dottor Leoni, che lo aveva già guardato, parve quasi rifiutarsi, poi disse che senza spogliarlo qualunque serio esame era impossibile.

—Vuoi andare a nanna, Giulietto?

Egli rispose di sì col capo.