L'illustre clinico sorrise enigmaticamente a questa affermazione di una tra le più volgari teorie della nuova scuola psicologica.

—In ogni caso la generazione non è dei santi ma dei forti,—concluse; mentre la carrozza s'allontanava, e il dottor Leoni tornava a parlare del carrettiere, che voleva mostrargli, sfruttando quella occasione di una visita pagata da De Nittis.

Da quel giorno alla villa tutto parve mutato: i servitori non si vedevano quasi più, le finestre rimanevano chiuse al bel sole di primavera, e dentro il silenzio era anche più tetro. Giuseppe, il vecchio cocchiere, rimaneva quasi tutta la giornata nell'altro caseggiato delle stalle, ove il cuoco e i giardinieri andavano a trovarlo parlando a bassa voce, giacchè la coscienza di quel disastro era uguale in tutti. La casa andava in isfacelo. La signora Bice non avrebbe potuto sopravvivere alla perdita del bambino: e dopo? come finirebbe? Essi amavano già in De Nittis la grande bontà del carattere, ma non lo conoscevano abbastanza per sapersi sicuri dell'avvenire, mentre Margherita e Tonina invece si obbliavano in quell'angoscia di morte, che lo minacciava. Già la mattina dopo, avendo vegliato anche la seconda notte presso la culla, non era più riconoscibile; Bice terrea, cogli occhi infossati e cerchiati di una lividezza sinistra, pareva diventata anche più curva. Le sue labbra contratte avevano quel colore indefinibile delle cicatrici, che non possono guarire. Tutte le sue ribellioni erano cessate in quella disperata certezza della morte, come se il bambino le si spegnesse lentamente dentro l'anima: tratto tratto credeva di non pensare più, poi al primo grido gli si curvava precipitosamente sul viso con un'altra sensazione inesprimibile, che egli stesse per affogare travolto da una corrente rapidissima, e le tendesse le manine inutilmente nel passarle dinanzi.

Dentro la camera, quasi buia, l'ombra in quei primi caldi di maggio diventava pesante: i mobili si vedevano appena, solo quel grande merletto gettato sopra la culla biancheggiava al chiarore della lampadina opaca, riparata nell'angolo dietro l'inginocchiatoio, mentre in alto qualche riverbero correva per la vecchia cornice dorata della Madonna sospesa al disopra del letto nelle tenebre.

De Nittis, seduto a' piedi della culla, guardava ora Bice ed ora il bambino, quasi ugualmente agonizzanti, senza che la sua anima, immobile dinanzi a quella dissoluzione pigra ed inesorabile di tutto ciò che aveva amato, potesse gettare un lamento. Il bambino non gli apparteneva già più, era una cosa che si disfaceva sotto i suoi occhi nella insignificanza di tutte le morti materiali, che il dolore non può sollevare sino alle sfere dello spirito.

Adesso non aveva più nè moglie nè figlio. Quel dolce sogno di amore, fra la donna e il bambino, vanito come uno di quei vapori d'autunno sopra i prati montani al primo soffio freddo del vento, lo lasciava più solo di prima. Dopo l'ultimo scoppio di pianto alle parole cortesemente inesorabili dell'illustre clinico, Bice era piombata nel silenzio; non un lamento, un'accusa ingiusta e reciproca, che li sollevasse con un mutamento di dolore. Anch'essa accettava l'espiazione. Il loro amore era stato come una rivincita di anime, ebbre della propria immortalità, contro le leggi della natura, la quale si rinnova nelle stagioni, e perisce quando non può rinnovarsi. Si ricordava l'esultanza delirante dei loro cuori su quel ponte, lungo la strada, che lambiva il cancello della villa allorchè, avvolti nell'ombra diafana e tra i sorrisi delle stelle, si erano parlati col linguaggio dei poeti, credendo di ricevere dalla notte le supreme rivelazioni della vita. L'incanto della loro passione simile a quello dei santi, che non vivono più che in Dio, e ai quali la natura rinnovella sempre col proprio contatto il senso doloroso di una caduta, avrebbe dovuto dileguare nel sogno di quella notte come un altro sogno più leggero, oltre i confini dell'ombra, là dove tutto quanto fu diviso si riunisce, e il mistero delle apparenze si dissipa. A che prò ridiscendere fra la moltitudine delle esistenze suscitate dal sole sulla terra, e sottomesse alle necessità di una distruzione faticosa? L'amore non può diventare divino che nella morte, ma le sue leggi nella vita sono quelle stesse della natura, che si vendicava adesso sul corpo del loro bambino spazzandolo come un inutile rifiuto. Quella meningite colpiva appunto il figlio dove il padre aveva peccato: era caso, era legge? Era forse null'altro che una pietà suprema, o un risparmio brutale della materia, colla quale tutti i corpi si rinnovano? Tutta la scienza del suo pensiero soccombeva davanti alla terribilità di questi problemi; egli non era più uomo; quella morte lo isolava per sempre in se stesso, nell'inconsolabile vergogna della propria inanità. Comunque si succedessero i giorni, e splendesse il sole e la gente esultasse intorno a lui, egli sarebbe solo a fianco di Bice ancora giovane, e nullameno condannata a guardare nella vita senza la speranza di potervi mai più partecipare.

Adesso vivevano chiusi in quella camera, uscendone appena per il pranzo e ritornandovi subito dopo, quasi sempre senza aver mangiato, ad attendere il dottor Leoni, che veniva tre volte al giorno. Ma tale insondabile dolore muto aveva sconvolto anche in lui tutte le idee di giustizia colla rivelazione di un altro ordine ben più tragico della gerarchia, che egli rinfacciava alla società, e nel quale la grandezza dei mali si misurava non alla miseria dei salari ma alla superiorità dello spirito. La sua anima, più volgare che bassa, ne subiva inconsciamente il fascino cedendo ad una ammirazione sempre più viva per De Nittis, del quale l'ingegno gli scopriva talora in poche frasi di un pessimismo lacerante tutta la inanità della medicina, condannata fatalmente a non comprendere nemmeno il perchè dei pochissimi rimedi, e a stabilire le proprie leggi sull'incertezza di alcuni fenomeni.

Ma quella meningite basilare tubercolosa non consentiva nemmeno di essere lenita, giacchè il piccino aveva fatto ogni sforzo, rantolando affannosamente, per torsi dal capo la vescica del ghiaccio. Bisognava assistere per otto, forse per quindici giorni, al suo lento supplizio, immobili, senza potergli neppure nelle crisi più spasmodiche porgere il conforto di una carezza. Entro quella ricca cuna sommersa nell'ombra della camera, e fra il chiarore incerto delle trine, che orlavano i cuscini e i piccoli lenzuoli egli appariva vagamente come una macchia; ma non appena aprivano le finestre all'arrivo del medico, e questi lo pigliava fra le mani per esaminarlo, il suo volto cinereo, lucido di un sudore viscoso, coi labbruzzi scuri come una foglia imputridita, ricadeva d'ogni lato pesantemente, sempre con quel rantolo interrotto da grida sottili. Le sue pupille, salite sotto le palpebre, vi rimanevano coperte a mezzo, come stravolte nello spavento di una visione dileguata; però, adesso che il loro azzurro pareva essersi dilatato, la luce non le offendeva quasi più. Poi il respiro gli si faceva improvvisamente tranquillo, e un fuggevole rossore gli colorava le gote, permettendo quasi di sperare in un ritorno vittorioso della vita, mentre il coma si manteneva sempre così grave, e subiti scatti di convulsioni facevano da capo sbalzare tutte le sue piccole membra, come sotto il morso di una scottatura.

Allora il dottore s'affrettava a rimetterlo sotto le lenzuola, ordinando di socchiudere le finestre per velare loro quello straziante spettacolo.

Bice non gli domandava più nulla, De Nittis lo accompagnava pel giardino sino al cancello, e più di una volta lo aveva interrogato sullo stato di lei. C'era infatti da impensierirsene: la sua magrezza diventava tutti i giorni più livida, molte sere doveva aver avuto la febbre, ma fortunatamente la tosse non era ricomparsa. Ella invece, appena uscito il medico, andava a gittarsi sull'inginocchiatoio ridomandando smaniosamente alla Madonna il miracolo di quella guarigione. Non era quello il solo momento che potesse farlo, quantunque De Nittis non abbandonasse quasi mai la camera, ed ella non volesse farsi vedere da lui in tale supremo tentativo di forzare la volontà onnipotente della Vergine; ma lo sceglieva: con un raffinamento adulatore di fede, per umiliare quella abdicazione della scienza umana troppo spesso così orgogliosa contro Dio.