Era andata anche due o tre mattine nella chiesa parrocchiale a farvi la comunione durante la messa, senza avvisare alcuno. Ella solamente come madre poteva ottenere la grazia: era la carne della propria carne, l'anima della propria anima, quella che domandava a Dio. Per quanto De Nittis soffrisse, non avrebbe mai potuto paragonare il proprio dolore al suo; egli non era che padre per il contatto di un attimo con quella creatura, che ella aveva composto di sè stessa. Poi De Nittis non credeva come lei; adesso nella paura delirante, che la ricacciava verso Dio, le pareva che solamente una fede senza alcun egoismo di speranza potesse commuoverlo.

—Oh Signore, voi potete!

Ma colla Madonna invece piangeva e chiedeva. Ella non poteva aver dimenticato un tale dolore nella gloria della propria assunzione, dacchè aveva voluto rimanere sugli altari all'adorazione degli infelici come una Mater Dolorosa. Era questo il suo culto più gradito, l'immagine lasciata di sè stessa alle povere donne votate a soffrire dopo di lei. Bice la pregava con un'intimità pressante, parlandole mentalmente come a persona viva, senza che la visione poetica le s'intorbidasse mai tanto, da dover ricorrere come il volgo ad immagini materializzate per sempre nella deformità di un culto idolatrico. Anzi ella non avrebbe nemmeno saputo dire in che consisteva questa sua fede nella Madonna: sentiva che Dio, l'inaccessibile, l'infallibile, era il padrone, e tutto veniva da lui, tutto vaniva innanzi a lui, anche gli spiriti che aveva più amati e la Vergine, nella quale si era compito il suo più grande mistero; ma ella amava nella Madonna il simbolo divinizzato dell'amore materno coll'agonia di tutti i dolori e il trionfo finale sulla morte, in quel rapimento di angeli osannanti, che l'avevano trasportata vivente sul trono di Dio.

Non ostante la febbre di tali esaltazioni, la natura stremata la costringeva a prendere qualche riposo. Da principio s'addormentava di un sonno inquieto sulla sedia, presso la culla, poi dovette cedere alle istanze e mettersi a letto; anche De Nittis aveva consentito a fare altrettanto, dividendo le ore di veglia con lei, Margherita e Tonina. Erano già passati otto giorni. Tutte le sere arrivavano lettere di amici da Bologna, che domandavano notizie colle solite frasi d'incoraggiamento; Prinetti, venuto di nascosto alla villa per evitare a Bice un'altra commozione, non aveva parlato che con De Nittis, e non era più ritornato. Anche a lui crescevano i dolori: una nipote gli era fuggita con un giovinastro senza lasciare traccia, gli altri erano già lo scandalo del paese.

Ma Bice, immemore di tutti, non aveva nemmeno notato la sua assenza. Invece pensava talora al povero Giorgi, la sola anima di santo che avrebbe potuto parlarle di quel dolore, mentre tutti gli altri, compreso De Nittis, non lo intendevano abbastanza.

La mattina del decimo giorno, una domenica fiammeggiante di sole, il bambino stava peggio: erano già tutti alzati intorno alla culla, colle finestre socchiuse. Fuori, nell'aria limpida e vibrante, passavano tutti i soffi del maggio, si udivano stormire le foglie e cantare gli uccelli. Ella n'ebbe un risveglio lacerante, poi Margherita corse da Giuseppe perchè andasse a cercare il medico, ma questi era in visita, lontano sui monti, ai confini del comune.

Quando Margherita rientrò ansante per la corsa e si appressò alla culla, il bambino respirava a stento; le pupille gli erano un po' discese dalle palpebre, ma parevano anche più opache.

Non parlarono. Margherita aveva scambiato un'occhiata con De Nittis, bianco nel volto come nei capelli, e colla barba non rasa da tre giorni, che gli faceva una fisonomia più ammalata.

—Il dottore?—egli si rivolse a Tonina sopraggiunta in punta di piedi.

L'altra, senza capire bene, andò a guardare dalla finestra, ma Bice scorgendola solamente allora, fece un gran gesto e scappò dalla camera verso quella di Rosa, della quale non si era ricordata più in tutto quel tempo. Margherita e Tonina la seguirono dietro un cenno di De Nittis.