Ella correva; aperse l'uscio precipitosamente e cadde in ginocchio dinanzi alla vecchia seduta, secondo il solito, nella larga poltrona di paglia coi bracciuoli imbottiti e ricoperti di una vecchia stoffa unta.

Era diventata cieca del tutto.

Bice le si strinse contro, riempiendosi la bocca col suo grembiule turchino per soffocare i singhiozzi; la vecchia ne traballò, poi con una mano gialla, ossuta, le tastò il capo, e sul suo volto di mummia parve passare una luce bianca.

—Rosa, Rosa…. il mio bambino!—l'altra gridò con un singulto anche più violento, urtandole col petto le ginocchia in una invocazione delirante.

Ma la vecchia si ritirò in grembo la mano, cadutale come morta lungo il fianco, e seguitò a dondolare automaticamente la testa, cogli occhi anche più appannati di quelli del bambino.

Bice si rizzò lentamente, colla faccia arida, per ritornare nella propria camera. Un raggio di sole arrivava al davanzale della finestra. Adesso il grido continuo del piccino era diventato più sottile, e le pupille gli si muovevano come galleggiando dentro gli occhi.

Ella rimase in piedi con ambe le mani attaccate alla cuna; aveva una vestaglia scura a righe sanguigne, i capelli scarduffati come da un colpo di vento. Ogni tanto batteva i denti. Ma una convulsione scosse ancora tutto quel povero corpicino sotto le lenzuola, che s'incresparono come l'acqua di un piccolo gorgo, nel quale fosse caduto un sasso. Pareva che istintivamente tentasse di alzare la bocca aperta, agitando le manine tutte grinze, colle piccole unghie diventate lunghe.

—Mio Dio, muore!—si lasciò sfuggire Margherita chiudendo gli occhi.

Quando li riaperse, lo vide colla testina rivolta sul lato sinistro, presso all'orlo della culla, che ripigliava lentamente il respiro.

Bice e Margherita gli stavano ai lati, De Nittis ai piedi della culla, tutti e tre evitando di guardarsi. Questa volta era l'agonia, un epilogo più incomprensibile ancora di quella muta tragedia, perchè il bambino non aveva mai potuto parlare; ma sebbene il suo corpicino apparisse anche troppo fragile, le convulsioni vi scoppiavano con una violenza quasi di odio. La sua piccola testa sparuta s'affossava sempre più faticosamente nei cuscini, mentre le braccia sottili come due stecchi, sui quali le larghe e fini maniche della camicia penzolassero, battevano tratto tratto l'aria nello sforzo di respirare. Ma ogni volta le vene del collo parevano gonfiarsi sotto una mano invisibile, che glielo stringesse con calcolata lentezza: poi rimaneva senza fisonomia, colle pupille spente in un canto dell'occhio, e la bocca bagnata da un velo diafano di bava.