Che cosa era dunque la morte per lui? Che cosa uccideva?

Nessuno poteva chiederselo per la stessa impossibilità di fondere la propria anima in quella sua agonia di animalino. Egli moriva così, soffrendo senza capire, come tante volte si vede per strada morire qualche altra bestia, percossa da lunghi brividi, colla faccia insignificante. De Nittis, immobile ai piedi della culla, stringendosi di quando in quando la fronte sotto una fitta lancinante, sentiva il proprio spirito diventare di una limpidità cristallina. Nulla gli sfuggiva nè degli altri nè di sè stesso. Il suo mondo era lì, in quelle tre creature, che stavano per rimanervi isolate, appena la più piccola sparisse; ma tutto il suo ingegno e il suo cuore non bastavano a trovare un'altra espiazione, un baratto insensato di devozione e di dolore per placare l'esigenza della morte. Doveva morire il più piccino, quello che aveva appena cominciato a vivere, mentre lui, stanco ed oramai inutile, resterebbe a galleggiare nella vita come una tavola di naufragio sul mare. E quella agonia di una bestiolina conchiudeva il grande dramma del suo pensiero, diventava la catastrofe finale del suo spirito rigettato per sempre dalle correnti della generazione! Adesso avrebbe voluto udirlo piangere, gridare: aiuto! toccando così l'ultima vetta del dolore, piuttosto che vederlo sparire in quell'agonia senza significato. La sua anima vi assisteva come cristallizzata da un freddo siderale, che nulla potrebbe più vincere. La morte non avrebbe dovuto essere così, ma compiersi nello spirito, come l'ultimo atto della sua incomprensibile tragedia, fra l'orrore del nulla e lo spavento di Dio. Quale differenza rimaneva dunque fra la morte di quel bambino e la morte di un agnello? A che era esso nato? Che significava la sua apparizione di un istante? Se la religione aveva saputo immaginare un al di là per l'uomo, il bambino, non potendo recarvi nè merito nè colpa, vi diventava inintelligibile.

Queste domande passavano per la limpidezza del suo spirito come raggi sottili, mentre le sue viscere ricevevano tutti i contraccolpi di quelle convulsioni nel medesimo punto, come se una stessa carne soffrisse in ambedue. E non pertanto erano già separati per sempre. Fino dal primo giorno di quella malattia la sua anima di padre era morta, e tutto il resto non era stato nemmeno più dolore, perchè non si può forse chiamare così ciò che soffre il pesce in secco, sulla riva. Ma in quel momento lo strazio delle due donne tornava a farlo tremare di un'altra pietà più profonda: a che pensavano esse? Come non avevano una seconda volta domandato del dottore! Perchè si erano scordate di far chiamare il parroco? De Nittis se lo chiedeva per quella terribile facoltà nei pensatori di riflettere sempre, anche nelle crisi più atroci, assistendo così allo spettacolo di sè medesimi. Infatti non gli era sfuggito l'allegro tremolìo della luce su tutti i mobili al soffio delle tende respinte dal vento, sino quasi a mezzo della camera. Era un mattino palpitante di risa e di grida, che si udivano al di fuori per la campagna: le piante si scrollavano nel sole, tutto vibrava di vita.

In quel momento una grossa voce parlò sul prato; Margherita corse alla finestra, poi uscì dalla camera.

L'immobilità delle loro due figure si fece più tragica; da venti minuti non avevano pronunciata una parola o scambiato uno sguardo. Bice sentì che un'altra più formidabile convulsione stava per scoppiare e piegandosi sulla culla, tese le mani per prenderlo sotto le ascelle: difatti potè appena afferrarlo, che il suo corpicino sbalzava già per tutte le membra, come sotto l'urto di detonazioni elettriche. La testa gittata indietro, dondolava con un rauco gorgoglio di soffocamento, facendosi tratto tratto pavonazza, mentre le braccine sferzavano l'aria disperatamente, e le gambe a certi sforzi gli rientravano sotto la corta camiciola fino al ventre rigonfio. Ma questa volta la convulsione si ripeteva sempre più violenta; ella lo stringeva fra le mani cercando istintivamente di farlo star dritto, sebbene i piedini gli si ritraessero come respinti da una molla al contatto delle lenzuola, e la testa gli si arrovesciasse sempre più pesantemente. Un momento, fra il rantolo che lo soffocava, gli sfuggì uno strido stentato, sibilante.

—Muore!—gridò De Nittis, che non poteva vederlo così nascosto contro il petto di Bice, ma ella si volse impetuosamente per dire di no.

Una fiamma bianca le bruciava negli occhi, come se vi fosse salita da tutto il volto marmoreo: quindi rialzò il piccino quasi all'altezza del proprio mento per appressargli la bocca alla bocca; lo tenne così qualche minuto trionfalmente, sentendo fra le dita il battito affrettato del suo piccolo cuore, e adagio, curvandosi senza baciarlo, lo ricompose sul cuscino.

De Nittis aveva chinato il capo.

Ella strinse nella mano destra l'altro orlo della culla piegandosi col volto, del quale De Nittis non poteva vedere che una tempia, quasi a sfiorare quello del bambino ridivenuto tranquillo. In quella lotta delirante della sua anima contro la morte, Bice lo avvolgeva dentro lo splendore dei propri occhi, giungendogli sino al fondo di tutte le fibre coll'irresistibile penetrazione della luce. Non voleva che morisse, non sapeva nemmeno che cosa fosse più la morte, ma era come se le ritirassero qualche cosa dall'intimità del proprio essere, e la sua volontà s'irrigidisse per impedirlo. Aveva quasi cessato di soffrire, non si ricordava più di nulla; il suo bambino era solamente il suo bambino, senza i lineamenti caratteristici del suo Giulio, era dentro la sua volontà stessa, inseparabile dalla sua vita, che nulla ancora minacciava.

Infatti sotto la pressione di quegli sforzi egli si era addormentato. Un sudore gli argentava le guance livide, respirava appena, colle palpebre lente sulle pupille dilatate, che gli riempivano di un azzurro scialbo quasi tutto l'occhio. Il suo corpicino raggomitolato sotto le lenzuola vi faceva appena il rilievo di un cartoccio.