Bice, dopo quella sventura, era diventata taciturna, di una magrezza anche più inquietante per la stessa cortesia dei suoi modi, nella quale s'indovinava la rassegnazione di un dolore inconsolabile. Non vestiva più che di scuro, una specie di mezzo lutto, senza affettazione e senza eleganza, che le dava un'aria di signora devota, già svezzata del mondo in qualche secreto esercizio di carità. Infatti non aveva serbato altra amica che la contessa Maria; tutte le altre, a poco a poco, si erano ritirate, o non venivano a renderle visita che nelle maggiori solennità dell'anno. Erano quelli i giorni più tristi per lei.

Il sole tramontava dietro l'Apennino in mezzo ad un frastaglio d'oro, che pareva incendiarvi le vette, mentre i grandi alberi del giardino ondulando al primo vento del vespero rispondevano con susurro discreto al murmure del fiume vicino. All'intorno tutto era pieno di fiori, l'aria ne rimaneva fragrante, i passeri si chiamavano l'un l'altro per l'aria verso un alto cipresso, in fondo, dietro gli abeti.

Nello era scappato un'altra volta in mezzo alla grande aiuola, poi tornò da Bice per mostrarle uno scarabeo dalle ali di smeraldo, che aveva sorpreso sopra una foglia. Coll'istinto infallibile dei bambini egli aveva subito sentito la bella impressione, che le aveva fatto.

—Ma Nello,—ricominciò sul medesimo tono la mamma.—tu annoi la signora: le vuoi bene?

—Sì,—ribattè aggrappandosele alle sottane.

Ella ebbe un divino sorriso, e gli prese fra le mani ceree la grossa testa ricciuta per aiutarlo a salire; allora Lamberto credette di dover intervenire.

—Lascia, lascia,—gli si rivolse Bice, che aveva ripreso con lui il tu da fanciulla, adesso che quei due matrimoni avevano tutto cancellato.

—Vieni a giocare con me,—diceva Nello pestandole gli abiti per mettersele a cavalcioni sulle ginocchia.

—Come vuoi giocare?

—Adesso, quando andremo via, ti lascio qui,—lo minacciò la signora
Giulia col solito vezzo delle mamme.