—No, zia, andate pure.

La contessa era indecisa; un'onda d'affetto le traboccò dal cuore.

—Oh, Bice mia, sii forte!

Quando tutti se ne furono andati, ella tornò con Rosa nel proprio appartamentino, e si fece vestire. Malgrado la sua sgraziata figura, Bice era sempre di una eleganza tanto più squisita che non ne traspariva alcuna civetteria; laonde molti dicevano che vestiva all'inglese per satireggiare con questa parola male appropriata la severità delle sue stoffe e l'indifferenza colla quale le portava. Appena le due cameriere ebbero finito, sotto la sorveglianza della vecchia Rosa, che non parlava mai, Bice passò nel proprio gabinetto, uno stanzino parato di arazzi moderni, con soggetti quasi tutti derivati dai romanzi di Walter Scott, e si fece portare il piccolo telaio, sul quale ricamava da due mesi, nei momenti d'ozio, un manipolo per il curato della sua villa. La vecchia Rosa seduta presso di lei, facendo automaticamente la calza, l'osservava tratto tratto con ansiosa acutezza. L'altra avrebbe voluto parere calma, ma le mani sottili e ceree le tremavano involontariamente fuori dei piccoli merletti delle maniche, mentre quell'abito di velluto azzurrognolo smorto, con certe vivezze improvvise che parevano brividi, rendeva anche più inquietante il suo pallore.

—Rosa,—mormorò respingendo il telaio,—nessun di loro ha voluto dirmi nulla: che cosa debbo fare? Perchè non mi hanno consigliata?

—Il professore ti ha pur detto di riceverlo.

—Ma non ha detto nulla di più.

La vecchia si lasciò cadere nel grembo i ferri colla calza e, passando le mani sugli occhi di Bice, glieli chiuse carezzevolmente.

—Gli vuoi bene?—si chinò a susurrarle nell'orecchio.

Ma l'altra invece le domandò: