Ada, che lo aveva già veduto, si voltava spesso per contraccambiargli uno sguardo.

Quando Silvio partì per l'America con poche migliaia di lire, l'ultimo sacrificio che lo zio aveva potuto fare per lui, vendendo una casetta rimastagli, Ada confessò alla famiglia il proprio amore; Ginevra, fidanzata al conte Ramponi, addetto d'ambasciata, la sostenne, ma i genitori furono inflessibili. Essi credettero ad un capriccio, che il tempo e la distanza avrebbero vinto. Invece non ne fu nulla. La ragazza, più delicata della sorella, nella quale una ammirabile assennatezza temperava la foga del temperamento generoso, si fissò con eroica costanza nella contemplazione dello sposo lontano, avventuriero dell'amore in quella terra dei racconti prodigiosi e delle più complicate avventure. Ella amava come si sentiva amata, al disopra di tutte le piccinerie della vita comune e dei poco stimabili privilegi di classe. La sua mestizia crebbe di giorno in giorno; lo spettacolo delle compagne, felici nella volgarità di una esistenza fatta di vestiti e di pettegolezzi, le inspirò quell'altera compassione, che diventa quasi sempre un tranello per le nature superiori, giacchè a forza di pensare più nobilmente finiscono col divinizzare le proprie passioni ricamandone le malinconie coi fiori più esotici della fantasia. Il suo carattere si guastò, si fece chiusa, triste, dispregiò in segreto la prudenza dei genitori, che la contrariavano, prese in uggia tutti i calcoli e gli interessi ordinari, pei quali solamente qualche volta sono possibili le improvvisazioni inebbrianti dell'ideale. Ella non pensava che a lui, alle sue battaglie oltre l'oceano, per conquistare colla ricchezza il diritto di amare la donna riserbatagli da Dio.

La sorella Ginevra sposò il conte Ramponi, e partì per Parigi: fu uno schianto! Dall'America giungevano lettere desolate e febbrili; nulla riusciva all'innamorato, malgrado tutta la sua scienza, fra quel popolo tumultuante nel periodo ancora brutale della prima assisa economica. La lotta era pel danaro, col danaro e nel danaro: nessuna delicatezza di anima, nessuna riserva morale, nessuna incertezza di mezzi era consentita. Bisognava vincere, senza altra fede che nella vittoria, e senza altra pietà che per sè stessi; invece egli aveva troppo presunto sulla intrepidezza della propria volontà. Alle prime avvisaglie, sul punto di commettere una ribalderia, che gli avrebbe assicurato un buon principio, tentennò; dopo, fu troppo tardi. Fu giudicato, si giudicò, era vinto. Attraverso le sue lettere s'indovinavano gli strazi della miseria: Ada ne ammalò quasi. Una idea pazzamente magnanima le aveva solcato il cervello infiammandolo, riunire la maggior somma che avesse potuto, e sarebbe stata ben piccola, per fuggire in America a trovarlo; ma, sul punto di eseguirla, le difficoltà la spaventarono. Invece scrisse a Ginevra, che ritornò subito a Bologna. Intanto la mamma, già cagionevole di salute, si metteva a letto per non più alzarsi. Quel nuovo dolore la distrasse col crescendo delle sue tragiche realtà; Ginevra aveva dovuto ripartire per Parigi. Il padre era anch'egli malandato. Ada fu ammirabile di abnegazione. Si sarebbe detto che amasse la sofferenza, ritrovando la calma solo nelle sue crisi più violente. Adesso dirigeva la casa, sorvegliava i domestici, amministrava coi fattori, sollevava il padre, al quale la vecchiezza e lo spavento della morte ammollivano giorno per giorno la fibra, faceva da infermiera alla mamma con una tenerezza intelligente ed inesauribile. Ma tutto fu inutile: la mamma morì di una infiammazione intestinale dopo tre mesi di atroce martirio.

Ginevra non era potuta arrivare a tempo per ricevere l'ultimo bacio.

Allora essa riportò seco Ada e il babbo a Parigi. Il conte Ramponi, bell'uomo e gran signore perfetto, li accolse colla più premurosa cordialità, cercando d'iniziarli nei segreti di quella gran vita parigina, della quale sognano da quasi due secoli tutti i libri e la gente di provincia; ma sotto quelle sue maniere aristocratiche Ada sentì subito la nullità dello spirito e l'aridezza del cuore. D'altronde il lutto recente e profondo non le permetteva di accogliere molte distrazioni: come mai Ginevra aveva potuto sposare un tal uomo!

Glielo chiese; l'altra ebbe un sorriso indulgente.

—Tu non lo ameresti?

—Lo ami forse?

—D'amore si può morire, mia cara, non vivere.

Ada indovinò nella sorella, sotto quella calma così serena e luminosa, una tempesta pari alla propria.