Da Parigi scrisse a Silvio narrandogli tutto; egli rispose con una lettera piena di nuove speranze: era entrato in una società per la ricerca di vene petrolifere, una sola delle quali sarebbe bastata a farlo diventare improvvisamente, immensamente ricco. La lettera, di venticinque facciate, su carta velina, a carattere così tremulo e minuto che si stentava quasi a leggerla, fu riposta nel solito cofanetto di seta, ricamato da lei colla propria cifra aggrovigliata inintelligibilmente al nome di Silvio. Ma il babbo si stancò presto di Parigi: in mezzo a quella fantasmagoria assordante egli rimpiangeva il passeggio tranquillo, sotto i vecchi portici di Bologna, e le cure agricole della sua villa verso Corticella, fra i grassi poderi, che gli avevano assicurato il vanto di uno fra i più solerti possidenti della città. Di ritorno avrebbe voluto maritare Ada ad un avvocato ricco e quasi illustre, già da tempo amico di casa, sebbene fosse un clericale fanatico; ma la fanciulla rifiutò recisamente. Allora scoppiò l'ultima scena: il padre fu violento, poi patetico; l'accusò di volerlo far morire disperato con tale malsano capriccio giovanile, giacchè quell'infelice spiantato non tornerebbe mai più dall'America, o tornerebbe più straccione di prima.
Infatti indovinò. Un bel giorno Silvio Tronconi capitò a Bologna disilluso, emaciato dalle febbri e coll'ultima febbre della disperazione nel cuore. Era ritornato per rendere a Ada la sua parola e finire, non sapeva ancora come, ma finire subito dopo in qualche modo. Egli le raccontò tutto, il viaggio, le speranze, le lotte, le cadute, come si era rialzato sempre, pensando a lei, facendosi della sua immagine una stella ed un'arma, volendo vincere ad ogni costo, e come era stato vinto. Pareva invecchiato, ma il suo volto femminile era diventato più bello: quella lunga guerra lo aveva nuovamente scolpito, facendone una testa di poeta e di martire. La sua parola trovava sonorità strane, paragoni bizzarri e grandiosi come la natura, contro la quale si era battuto; mentre la miseria degli abiti ed una più franca alterezza nelle maniere finivano di renderlo anche più pericolosamente simpatico. Aveva già rinunziato a lei, ma glielo disse senza alcuna teatralità: come avrebbe potuto sposarla dopo un simile insuccesso? Prima, sarebbe stato umiliante per lui; adesso, ridicolo per ambedue.
Naturalmente s'impegnò una lotta di generosità, nella quale vinse la donna. Anche ella non era più una fanciulla, quindi per trionfare della sua riluttanza gli si abbandonò fra le braccia con tale passione, che senza la nobile fermezza del suo cuore di uomo provato a tutte le sventure, e l'ingenua onestà del loro amore, si sarebbero reciprocamente perduti al momento stesso di ritrovarsi, dopo tanta assenza. Silvio dovette, per ubbidirle, tornare nel proprio villaggio, ove il vecchio zio era già morto, a vivervi come meglio potesse qualche tempo, mentre ella forzerebbe il babbo a consentire il loro matrimonio. La battaglia fu lunga. Ginevra chiamata da Vienna, ove suo marito era stato traslocato, la sostenne colla propria autorità, adesso che il conte Ramponi era diventato segretario dell'ambasciata, e il vecchio padre cominciava ad avere quasi soggezione di lei in frequente contatto con sovrani.
—Vedi tua sorella!—egli esclamava:—sono io che ho fatto questo matrimonio.
—Lasciatemi dunque fare quest'altro. Io diverrò ambasciatrice,—soggiunse la contessa Ginevra,—ne basta una in casa nostra: Ada sarà felice diversamente.
—E io, contessa, e io?
—Voi lo sarete più di noi, perchè sarete buono.
Ma non lo decise che una lettera del conte Ramponi, indettato da Ginevra, il quale scriveva facendo molti elogi dell'ingegnere, malgrado il suo fiasco d'America, e promettendo di assistere al matrimonio.
—Anche l'ambasciatore lo vuole,—mormorò il vecchio finalmente:—purchè non faccia così cogli altri interessi d'Italia!
Ma il matrimonio accadde con troppa solennità. Silvio accorgendosi dell'astiosa malevolenza di tutti, ne rimase impacciato; il padre aveva ancora qualche bruscheria sprezzante, Ada tremava, tutte le vecchie mamme si mostravano specialmente crudeli contro quell'ingegnere, al quale si sarebbero fatto un dovere di ricusare le loro figlie, anche brutte e senza dote.