—Sei fuori di tono, Giorgi: la vita ha più corde del tuo pianoforte. Dimentichi dunque, mio grande maestro, che il tempo è tutto, nella musica come nella natura? Lamberto ha ventisei anni, ecco perchè ha ragione.
—Io sono qui forse quella,—disse la contessa Ginevra,—che vi dà meno torto; però confessate, con tutta la vostra indulgenza alla gioventù, che almeno Lamberto ha peccato nel modo.
—Tutto quello che vorrete, la forma, la finezza delle maniere, che io, nato contadino, non ho ancora saputo imparare, ma che non avrebbero mutato nulla al problema. Tiriamo dritto: in una diagnosi si tiene forse conto della signorilità di un individuo? Volete un'altra opinione?
—Peggiore della prima?—osservò il grasso Prinetti, che non aveva ancora parlato.
—Siete dunque in vena, dottore?
Egli fece uno sforzo per frenarsi, ma il carattere riottoso lo trascinava.
—Bisogna pure, quando si tratti di passioni, non dimenticare che siamo composti di materia. Io non nego la spiritualità, come la chiamate voi altri con una parola inintelligibile, perchè senza di essa l'uomo sarebbe rimasto un bruto. Sì, l'amore, la gloria, la ricerca eroica del vero, tutto lo slancio umano, insomma il pensiero è la sola bellezza e la sola virtù della vita, ma per pensare ci vuole un cervello inaffiato largamente di sangue. Datemi i ventisei anni di Lamberto, rimescolatemi, a Roma, in una società dove non si pensa che a godere, e forse hanno più ragione di noi che abbiamo sempre lavorato,—esclamò con improvvisa amarezza:—anche se amo la nostra Bice con tutte le forze del cuore, se penso a lei in ogni momento che potrò sottrarre alla mia professione oziosa di soldato, Bice non mi basterà. L'amore è come la scienza; ha bisogno di rinnegarsi spesso nella pratica. Se non foste la gente che siete, vi direi: ricordatevi e mi darete ragione!
Tutti sorrisero, egli invece brontolò ancora riappoggiando la testa sulla poltrona.
Nel salotto l'aria era tiepida e leggermente aromatizzata da alcune pastiglie, che la contessa Ginevra aveva gittato sulle brace del caminetto, poco prima che entrasse il dottore. Vi fu un silenzio. Il salotto, di un gusto ricco e severo, in quella penombra diventava quasi cupo: solo le poltrone, sulle quali sedevano gl'invitati, e che evidentemente la padrona vi lasciava per una fine amabilità verso i vecchi amici, avevano un carattere quasi volgare di comodità, giacchè da molti anni servivano alle stesse persone, e ne conservavano coll'impronta del corpo i segni delle manìe particolari. Quella del dottore, stretta e lunga, colle frangie dei bracciuoli sfilacciate, metteva tratto tratto un gemito a quel suo dimenarsi, che le aveva slogato un piede; ma egli si sarebbe lamentato, se la contessa Ginevra avesse voluto rimbottirla e tappezzarla di altra felpa.
Giorgi sedeva sopra uno sgabello da pianoforte, la contessa Ghigi spariva quasi, entro una larga ottomana, mentre Prinetti allargandosi sopra una robusta sedia americana, a rete di giunco, perchè qualunque imbottitura gli avrebbe infiammato le reni, grasso com'era, guardava ancora il dottore. Nel mezzo, un piccolo tavolo da giuoco, parato di panno turchino, attendeva la solita partita sotto un magnifico lampadario in bronzo verde; gli altri mobili erano in palissandro, le pareti a damasco azzurro con fiori di un azzurro più carico, il caminetto di marmo nero, il soffitto, dipinto nel secolo scorso, posava sopra un cornicione a stucchi dorati. Pochi bronzi ornavano i tavoli da muro, e tre grandi quadri pendevano da grossi cordoni alle pareti, ma nella luce filtrante dai doppi merletti del lampadario si poteva appena indovinarne i soggetti; mentre a fianco del camino, su due grandi vasi cinesi sembravano accendersi improvvisi bagliori come se i mostri, che vi erano smaltati, si agitassero di quando in quando fra l'aggrovigliamento mostruoso dei loro rabeschi.