Bice rimaneva malinconica. Accompagnava la contessa Ginevra tutte le domeniche a messa colla contessa Maria, ma fra il culto poco più che formale dell'una e la devozione ardente dell'altra non riusciva a quietarsi. La contessa Maria non sapeva dirle che: prega! Erano tentazioni del demonio, i primi effetti del mondo sulla sua coscienza dì giovinetta: bisognava supplicare da Dio la grazia della fede, che sorvola gli ostacoli come l'uccello s'innalza cantando nei cieli. Pregare ed amare! Quaggiù non si doveva combattere il peccato, ma convertirne gl'infermi al bene, accettando il dolore come una rivelazione, che Cristo rinnovava in noi del suo martirio. Era la stessa teorica di Giorgi, l'ebbrezza di un olocausto continuo di tutto sè medesimo a Dio, considerando la terra come un immenso altare, intorno al quale gl'incensi soffocavano i miasmi, e la sinfonia trionfale della preghiera copriva i rantoli degli addolorati.
Anche De Nittis le ricusava ogni spiegazione per non interrompere coi dogmi di un qualunque altro sistema, non più vero o più vasto di quello cristiano, l'elaborazione dalla quale doveva uscire il suo carattere spirituale. La natura profondamente religiosa di Bice aveva bisogno di questa crisi per riconoscere sè stessa. Invece egli l'iniziava alle rivelazioni delle grandi letterature per apprenderle nella passionata varietà di tutti i loro aspetti la tragica uguaglianza dello spirito umano. Ma anche lì tutto era problema. Mentre le anime liriche gridavano solitarie per un intero popolo, del quale la voce s'intendeva appena come un murmure, altre più forti s'immolavano nell'azione fra il timido egoismo della folla egualmente incapace di resistere al loro dramma o di entrarvi; e altre ancora suggevano come farfalle il nèttare dei fiori con immemore golosità, o librate vertiginosamente sui pinnacoli di tutte le credenze gettavano una scettica sfida alla credulità delle turbe, nella quale i cuori più mistici venivano a bruciarsi come sopra ad un rogo; ma a tutte le epoche e per tutte le regioni, popoli ed individui avevano, al pari di lei in tale momento, vissuta la tragedia di quel problema, e ne erano morti. Lo spirito poteva momentaneamente obbliarsi nelle proprie effimere passioni, giacchè ogni nuova domanda gli ricadeva sempre sul grande quesito di sè stesso, come sul coperchio di un sepolcro, traendone sonorità raccapriccianti.
A che cosa credeva De Nittis? Dove era Dio? Cristo era Dio?
—Ditemelo voi, maestro!—esclamò un giorno che erano soli in quel gabinetto, leggendo l'Imitazione di Cristo.
—T'affanneresti così se io potessi dirtelo? Questo libro è l'amore divino, il Cantico dei Cantici è l'amore umano.
—Perchè due amori?
—Bisogna amare per saperlo.
Ma ella vibrava ancora: abbassò la testa, poi risollevandogli gli occhi in viso:
—E dopo l'amore sempre la morte…?
—Spesso molto dopo,—egli replicò malinconicamente.