Poi alcuni grandi capolavori della letteratura amorosa distolsero Bice da quelle prime preoccupazioni religiose. A diciott'anni era ancora così magra e così pallida. La sua statura sarebbe stata normale, se l'estrema gracilità di tutto il corpo e la incurvatura del petto, che l'obbligava a tenere quasi sempre la testa bassa, non l'avessero fatta parere più piccola. Il suo collo stesso, troppo sottile, si piegava già al peso della sua testa, sulla quale i magnifici capelli neri sembravano aumentare quasi mostruosamente; ma in tutto il resto nessuna grazia di donna rammorbidiva ancora le angolosità della sua giovinezza in preda ai primi orgasmi primaverili. Solo il suo volto era dolce, quantunque sparuto, e una nativa eleganza le metteva in ogni atteggiamento quella inesprimibile vaghezza, che pare una inconsapevole preoccupazione d'amore anche quando questo non si è ancora rivelato. Adesso la sua vasta ed originale educazione cominciava a renderla singolare. Nessuna delle sue compagne, benchè poche ne frequentasse e nemmeno fra queste avesse un'amica, avrebbe potuto rivaleggiare con lei: sapeva quanto loro il francese e l'inglese, ma conosceva i grandi libri di tutte le letterature, e senza aver disegnato alcun fiore o suonato un pezzo di bravura sul pianoforte s'intendeva abbastanza di pittura e di musica per non sentirsi alcun gusto per l'arte da salone. Infatti De Nittis col solo soccorso della scuola bolognese aveva potuto apprenderle dopo la squisita semplicità dei quattrocentisti la decadenza ancora abbastanza vigorosa del seicento nella sua doppia espressione sentimentale ed accademica, preparandola all'entusiasmo pel Correggio, il suo pittore preferito. Bice aveva quasi creduto di delirare a Parma nella cappella dei suoi capolavori.
Quella era stata la suprema rivelazione della bellezza, che nemmeno le venustà del Tiziano o le più ideali figure di Raffaello poterono poi in lei sopraffare. La bellezza era dunque come il genio un segno di Dio sopra alcune creature, perchè tutte le altre pensassero a lui; ma per lei tanto meschina, che anche il sesso le rimaneva quasi senza forma, quella gloria di sentirsi adorabile e adorata resterebbe sempre un rimpianto. Invano il suo cuore s'innalzerebbe verso le regioni dell'amore sui canti più ardenti dei poeti, o sugli effluvi più vitali della natura dal momento che nessuna virtù spirituale poteva nella donna sostituire quella bellezza, della quale l'anima sembra aver bisogno per obliarsi nell'adorazione.
Quindi comprese anche troppo bene le spiegazioni di De Nittis sull'arte antica, oggi quasi inintelligibile anche alla maggior parte delle persone colte, dacchè nessun popolo dopo i greci intese più la bellezza come una verità più viva della realtà stessa, nella quale il difetto esprimeva un tentativo infelice della natura per raggiungere qualcuno dei proprii tipi. A che cosa serviva dunque una gioventù senza bellezza? Perchè tale crudele contraddizione? Perchè sua madre era stata anche più bella della zia Ginevra, nella quale brillavano tuttavia le traccie di una ammirabile leggiadria? Bice non aveva di questa che le mani, ma senza l'aristocratica morbidezza, che aveva rese celebri quelle della contessa: tutto il resto non avrebbe potuto inspirare che una simpatia di pietà. Nullameno il suo istinto di donna cercava di resistere a questa diminuzione di sè stessa. Se in quasi tutti i capolavori delle letterature le donne erano di una bellezza disperante, non mancavano però eroine senza bellezza, rese immortali dal genio degli uomini, che le avevano amate. L'anima aveva dunque anche essa una luce capace di rendere agli occhi di un amante il corpo, nel quale era chiusa, non meno ideale dei più vantati modelli dell'arte. Ella non avrebbe quindi amato che un uomo abbastanza grande da vederle l'anima attraverso quel suo magro viso dì anemica, amandola come le anime sole possono amare. Naturalmente l'eroe del suo pensiero era Amleto, il pazzo sublime tanto poco compreso da Ofelia. In quell'inevitabile romanticismo della giovinezza l'amore le si univa ancora ad una idea di sventura, come quella del mare alla paura delle tempeste. Invece la grande tragedia di Otello le lasciava nello spirito un incomprensibile orrore. Quel moro, ardente come il sole, che ghermendo un'ingenua fanciulla la trascinava sotto la propria tenda di soldato per soffocarla brutalmente al primo sospetto, rimaneva un enigma per il suo pensiero. Si può uccidere quando si ama? L'amore istantaneo, leonino, che rugge e squarcia alla più lieve difficoltà di una carezza, non doveva essere umano, giacchè l'anima non aveva nemmeno il tempo di fondervisi. Ella si diceva che Otello non amava, e nullameno i suoi urli di dolore sotto le punture avvelenate di Jago, le sue incertezze tremebonde nella camera di Desdemona prima di accostarsele al letto, la sua disperazione e la sua morte erano di un patetico ben più profondo che la simulata pazzia di Amleto. Si poteva dunque amare colla tenerezza balbuziente di un bambino, e sbranare colla ferocia irrefrenabile di una belva, appena il sangue accendendosi per le vene mandasse al cervello le proprie fiamme rosse, e gli occhi vedessero naturalmente sangue dappertutto?
Attraverso tutto l'orrore della propria paura ella sentiva nella morte di Desdemona una passione, che Ofelia stessa non avrebbe potuto comprendere malgrado tutta la propria tenerezza di fanciulla. Infatti quell'ultima menzogna per accusare sè stessa provava forse la superiorità di Otello su Amleto, perchè una donna non può amare così senza essere stata altrettanto amata.
Ma da queste illustri passioni immaginarie rientrando nel salotto ove la zia l'attendeva fra quei vecchi, le sembrava come d'inoltrarsi in un tempio; lì tutto era calmo, le parole avevano una dolcezza pacificatrice, un suono profondo come quelle anime stesse, cui le bastava di volgere una domanda perchè trovassero subito, simultaneamente, per lei una risposta. Però Bice parlava poco. Solo De Nittis sapeva condurla qualche volta ad una discussione, urtandole lievemente lo spirito per sprigionarne l'originalità con un dolce orgoglio di padre. Infatti nessuno di loro aveva altrettanto contribuito alla formazione di Bice all'infuori di Rosa coll'imprimerle incancellabilmente nello spirito la propria fede grossolana: tutto il resto era stata opera sua. Senza di lui Bice sarebbe diventata una ragazza forse peggiore delle altre, giacchè la contessa Ginevra cedendo alla moda di farla studiare maschilmente non avrebbe forse tratto dal suo spirito inquieto che una delle solite mostruosità letterarie. De Nittis, invece, nel proprio orrore di tutte le falsificazioni spirituali, giudicava la donna lanciata nella carriera dell'uomo una delle più odiose aberrazioni moderne, dacchè corpo ed anima, tutto in essa è egualmente atteggiato dalla maternità. Quindi iniziandola quasi contemporaneamente ai segreti dell'arte e a quelli della scienza, aveva saputo salvarle il carattere dal doppio pericolo del dilettantismo e dell'incredulità: così Bice avrebbe meritato di salire nell'amore di ogni uomo per la sua stessa capacità di tutte le più umili funzioni femminili, senza false superbie di signora o assurdi orgogli scolastici. In questo la contessa Maria colla sua bella umiltà cristiana aveva aiutato l'opera del filosofo. Bice credeva ancora come una fanciulla del popolo, quantunque con una più alta interpretazione dei simboli religiosi, ma in sostanza le sue idee erano tutt'altro che chiare. Scienza e filosofia mostrandole più che altro degli spettacoli, senza che la sua ragione muliebre potesse davvero afferrarne le linee e indovinarne le cause, le avevano lasciato nello spirito una incertezza simile a quelle nebbie leggere, che si formano costantemente nelle valli, e difendendole dai raggi troppo cocenti del sole vi assicurano la fecondazione. In questa educazione sentimentale, come De Nittis l'aveva voluta, Giorgi era quindi stato più fortunato di lui, portandola spesso colla propria musica nelle lontananze più celesti per farle sentire le intime corrispondenze dell'anima colla vita, che si svolgeva al di là del loro azzurro eternamente misterioso. Nullameno tutta la devozione di quelle anime non bastava al suo cuore.
Un bisogno le cresceva di un altro amore più profondo ed impetuoso, che mescolasse nel fiume di una maggiore vita il rivo limpido e canoro della sua. Così sola le pareva dì soccombere ad un peso misterioso, sotto il quale soffocassero tutte le tenerezze dell'anima, sebbene nessuno le avesse ancora parlato d'amore, nemmeno Lamberto. Gli altri giovani, che venivano talora in visita dalla zia, erano troppo simili l'uno all'altro in una medesima insignificanza di figurino per sentire l'amore, del quale ella aveva preso il contagio nei libri, imparandone quasi contemporaneamente dalla scienza i più impuri segreti, mentre le saliva dal cuore in una gloria di astro.
Lamberto a diciott'anni, spaventato degli ultimi esami liceali parlava di andare all'Accademia militare di Modena per uscirne ufficiale di cavalleria. Le sue relazioni con Bice, rimaste pure malgrado i disordini inevitabili del suo noviziato nel mondo, gli facevano provare più vivamente l'abbandono del padre, caduto nelle unghie di una ballerina, che lo teneva quasi sempre presso di sè, mungendogli grosse somme di denaro. La zia Ginevra invece e i suoi vecchi amici adesso lo trattavano da uomo con una cortesia piena di buoni consigli e di delicate attenzioni. Quando veniva a trovarli, provava quasi un rammarico contro la propria vita licenziosa, giacchè la precoce esperienza del vizio, lungi dall'intaccare la sua sana natura, pareva anzi presso a destarvi una salutare reazione.
Naturalmente i suoi discorsi con Bice pigliavano una piega galante. Quelle loro amabilità dei primi anni, diventando ogni giorno più difficili per eccesso di significato, dovevano necessariamente finire in una scherzosa ironia, o in una dichiarazione d'amore. Bice non era solo una giovinetta di vero ingegno e della più squisita educazione, ma una delle più ricche ereditiere della città, col vantaggio di poter disporre liberamente di sè stessa. Involontariamente Lamberto ci veniva pensando anche pei suggerimenti degli amici, già abbastanza pratici del mondo per riconoscere come nel matrimonio l'interesse debba fatalmente prevalere alla passione; mentre a lui quella sua grande bontà di fanciulla e lo splendore della posizione facevano sognare di una vita calma e signorile.
Ella non pareva più con lui così serena. Il sorriso le si arrestava talvolta sulle labbra, come se la sua stessa superiorità intellettuale l'agghiacciasse nel timore di non apparirgli abbastanza donna come tutte le altre. Intatti Lamberto la dominava colla statura; era bruno, forte, agile, con gli occhi neri, lampeggianti, e i baffetti nascenti sulle labbra rosse come due garofani: ma un'aria di bontà temperava la soverchia arditezza della sua fisonomia, che l'abbandono di ogni falsa pretensione rendeva anche più amabile.
Un giorno passeggiando con lui nei giardini pubblici, Bice sentì l'invidia delle altre ragazze, che le attribuivano già Lamberto per amante. Sulle prime se ne spaventò, l'altro incerto di esserle dispiaciuto chiese il perchè di quella improvvisa bruscheria; poi quando si rividero, Lamberto scherzò su quel caso, Bice arrossì. Erano soli nel gran salone giallo. Improvvisamente ella aveva sentito vanire tutto quanto sapeva dell'amore dinanzi a lui, prima ancora che le avesse detto nulla. Quell'impaccio durò finchè venne la zia per far rimanere Lamberto a pranzo; Bice incollerita seco medesima soccombeva già all'amarezza di sapersi troppo brutta per essere amata, mentre l'altro abituato sin da fanciullo alla dolente singolarità della sua figurina aveva sempre avuto per lei una dolce simpatia. Quindi cogli amici, che accusavano Bice di essere brutta, aveva sempre protestato: