Lamberto non aveva dubitato nemmeno un istante di Bice, sapendo di non essere molto più scapestrato dei propri compagni, e che quell'incontro con Ester, la celebre mima, era stato davvero un puro caso; ma nel discendere le scale del palazzo di Bice si diceva che tutto era perduto.
Il carattere della fanciulla era di quelli, sui quali è impossibile ingannarsi.
Tristemente, a testa bassa, uscì dal portone, e traversò la strada per voltarsi a guardare le finestre del gabinetto, nel quale la zia Ginevra riceveva da quindici anni quei vecchi amici; gli pareva che una catastrofe fosse accaduta lì intorno. La strada era quasi vuota; rimase immobile senza provare rimorsi, colla coscienza confusa che la sua vita mutava per uno di quei bruschi rivolgimenti, che ci lasciano soli nel mondo.
Attese ancora qualche minuto, poi accorgendosi che la gente l'osservava, se ne andò.
V.
L'impressione di quella rottura era stata fulminea in tutti.
La contessa Ginevra ne sofferse profondamente, poichè stimava Lamberto un buon ragazzo malgrado il giudizio severo, che ne aveva dato col dottore. Era impossibile del resto che un giovane ufficiale, bello, non trovasse a Roma motivi di galanteria in quella vita di reggimento fatta appunto di donne e di cavalli; e doveva quindi bastare che non s'innamorasse altrimenti, o trascorresse troppo oltre nel vizio compromettendo la salute dell'anima e del corpo.
Quella sera De Nittis tardò.
Bice affettava una disinvoltura nervosa gettando scintille di spirito ad ogni risposta, mentre il dottor Ambrosi l'osservava con quel suo sguardo pesante di medico, e Giorgi invece sprofondato in una tetra malinconia lasciava sfuggirsi qualche sospiro. Quel disastro di Bice gli rendeva più doloroso al pensiero l'avvenire della figlia non sua.
Solo la contessa Maria conservava la solita placidezza religiosa fra quella tempesta di interessi mondani; alla severità della sua coscienza Bice appariva ammirabile di giustizia avendo scacciato Lamberto, e sopportandone il dolore con tanta franchezza.