—Giudicate dunque il suo caso così disperato?

—Egli stesso lo sente. Sono rimasto un'ora nel suo gabinetto: lavora alla relazione sul Catasto, uno studio lungo e difficile, che stancherebbe più di un giovane, e nel quale egli si accanisce coll'eroica ostinazione dei morenti. Sarà la sua ultima gloria, quella che il pubblico intenderà meno.

Poi parlarono d'altro, ma si capiva che stavano per affrontare un tema più difficile. Bice era tornata al vassoio per preparargli il thè, mentre egli già seduto sul solito seggiolone si scaldava i piedi ai pochi tizzi del camino.

La contessa Ginevra era uscita, la contessa Maria invece venne a sedersi colla propria poltrona presso di lui, e guardò all'uscio come aspettando che la contessa Ginevra rientrasse.

—Lamberto ha scritto?—chiese De Nittis a Bice seduta a testa bassa sullo sgabello.

Ella gli porse la lettera.

—La conoscete?

—Sì.

Egli la scorse. Senza umiliarsi scioccamente a domandare scusa,
Lamberto spiegava quell'incidente riaffermando il proprio affetto per
Bice con una sincerità, alla quale era impossibile ingannarsi. De
Nittis rimase meditabondo.

La sua bella testa esprimeva adesso una profonda melanconia; davanti a questa fanciulla, che ritraeva il piede dalla soglia soleggiata della vita per rientrare nell'ombra di una giovinezza sterile, egli sentiva diventare più dense le tenebre del proprio tramonto.