—Sai, Prinetti, giuoca con Giorgi,—ribattè quegli di mal umore:—ho i nervi anch'io.

Si conosceva la tenerezza burbera e brontolona del dottore per Bice.

—Noi due faremo la calza,—si volse la contessa Maria alla contessa
Ginevra,—aspettando che venga De Nittis.

—Allora forse tornerà Bice:—voi, dottore, dormite poichè siete stanco.

—È la vita che mi stanca.

—Eppure la sua prova non è lunga.

La contessa Maria aveva aperto un piccolo sacco da lavoro, traendone quattro grossi gomitoli di lana ordinaria, e due paia di calzettine appena incominciate.

—Via, anche tu, Ginevra, colle tue belle mani!—le disse, mostrandole le proprie sformate dai geloni.

—Centoquindici, centovent'otto, centonovantacinque,—contava già la voce sottile di Giorgi, mentre Prinetti, miope, si chinava sul tavolo per scrivere colla matita, sopra un pezzo di carta, i propri punti.

Nel salotto non si udiva che il ronzio della fiamma chiusa entro la palla di vetro sull'alto candelabro, e il battere sollecito dei ferri fra le mani caritatevoli della contessa Maria. E, a poco a poco, il dottore si assopì sulla poltrona, rimuginando nel pensiero tutta quella triste giornata di lavoro. Era celebre e ricco, ma le miserie, in mezzo alle quali aveva sempre dovuto vivere, gl'impedivano anche allora che la sua carriera aveva trionfato di tutti gli ostacoli, la gioia della vittoria. Poi il dolore di Bice lo spaventava. La ragazza, delicata come un fiore di serra, avrebbe potuto ammalarne; ed ecco perchè egli dava rabbiosamente ragione a Lamberto, quasi per punirsi di non essere riuscito con tutta la propria scienza a metterle la vigoria della giovinezza nel corpo. Ma, se Lamberto non aveva del tutto ragione, Bice aveva certamente torto di annettere tanta importanza ad una scappata giovanile, che si sarebbe sempre dovuto supporre, anche ignorandola. Tale estrema sensibilità non era forse che un effetto dell'anemia, giacchè le nature robuste sanno quasi sempre essere gelose ragionevolmente.