—Me lo dirai quando la cosa sarà ben decisa; guardati dallo sceglier peggio,—e depose anch'egli la tazza sul camino per andarsene.

La fanciulla lo seguì nell'anticamera, dove le due signore chiaccheravano ancora.

Quando zia e nipote rimasero sole, si abbracciarono singhiozzando.

Ma la vita di Bice peggiorò da quel giorno. Malgrado le attenzioni affettuose de' suoi vecchi amici, ella sofferse qualche tempo dei pettegolezzi provocati dalla rottura del suo matrimonio con Lamberto, la quale interessò vivamente tutte le cronache cittadine. Bice era così ricca che il suo caso diventava tipico per tutte le giovinette della sua età. Naturalmente non mancarono i soliti saggi a criticare quella sua strana educazione, adesso così spiacevole ai primi frutti: si diceva che Bice credendosi un genio non aveva lusingato Lamberto che per il piacere di umiliarlo. Questo primo scontro col mondo esasperò il carattere della fanciulla.

Ma rinunciando a Lamberto era caduta come in un grande vuoto. Le giornate le parevano più lunghe, senza scopo: a che pensare? Che cosa potrebbe accaderle? L'avvenire non diventava più che una ripetizione del presente, indistinta e monotona nell'inutile durata del tempo. Quindi le ritornava quella debolezza di malata, con un pallore più cereo sul volto, cogli occhi opachi e una lassitudine anticipata di ogni moto, che la lasciava per lunghe ore muta sulla poltrona daccanto la zia. Colla terribile facoltà degli spiriti meditabondi, abituati a divorare sè stessi, ella prendeva allora uno per uno i propri giorni per dissolverli nell'amarezza di un pessimismo rassegnato. La sua vita non aveva ancora avuto nulla, nè padre, nè madre, nè fratello, nè amante; perchè dunque vivere? Per distrarsi si mise a frequentare i teatri, ma la sua eccellente coltura artistica la disgustò presto di melodrammi e di commedie, nelle quali il pubblico non cercava più che il divertimento di un'ora. La grande arte era dunque finita o almeno aveva disertato le scene per rifugiarsi nei libri. E dappertutto, ai passeggi, ai teatri, nei pochi salotti, ove andava colla zia, erano gli stessi discorsi, la solita passione dei piccoli interessi, trionfi di abiti o di maniere, un lusso vacuo e sonoro, del quale lo stordimento formava tutta la felicità.

Allora tornava a chiudersi per intere settimane in casa con la malinconia dei vecchi, che sentendosi respinti si preparano alla solitudine della morte nell'isolamento, finchè una conversazione spirituale de' suoi amici la soccorresse nuovamente coll'orgoglio d'un mondo più alto. Ed ella vi si precipitava come un fuggiasco in un impeto di liberazione, sebbene nella limpida purità di quei paesaggi ideali nessuna voce rispondesse agli appelli segreti del suo cuore. Solamente De Nittis, sempre così bello ed elegante nella sua verde vecchiezza, riscaldandosi in certe tesi favorite, le comunicava talora un indefinibile turbamento.

Giorgi invece declinava a vista d'occhio.

Anche il suo ultimo orgasmo d'autore era vanito nella grandezza della morte imminente. Una tosse secca e profonda gli scuoteva il petto, mandandogli un rosso effimero e di mal augurio sul volto, mentre la voce così stridula una volta gli si faceva ogni giorno più appannata. Ormai quel soprabito color nocciola, così abituato al suo corpo, non si abbottonava più che sopra un'ombra. In casa della contessa Ginevra il cordoglio fu intenso, molto più che Giorgi consapevole del proprio stato ricusava per una suprema alterezza di artista ogni soccorso.

Una mattina arrivò da Bice sulle undici. Era una giornata d'aprile calda e snervante. Entrando nel salotto cadde quasi sopra una poltrona, ma quando Bice avvisata dal cameriere corse a salutarlo, si era già rimesso; solamente un sudore perlaceo dava alla sua fronte gialla una lucentezza di avorio vecchio. Ricusò il thè, e cavandosi di tasca un rotolo di carta disse:

—Andiamo nel salone.