Appena vi furono entrati, la tosse lo riprese.
—Io non posso, non posso….—ripetè con voce rotta mostrando il pianoforte.
Bice spiegò il rotolo, era un De Profundis. La fanciulla sentì una stretta al cuore indovinando in quella estrema preghiera l'ultimo grido della sua anima, alla quale forse il genio aveva dato la chiaroveggenza e la gloria aveva negato la luce. Giorgi si era seduto sopra uno dei quattro divani dorati, dietro il pianoforte, colla testa sul petto e gli occhi chiusi. Il suo respiro era lento.
Bice appoggiò la carta sul leggìo e ne scorse attentamente le note. Il tremendo salmo biblico, nel quale l'anima sembra lagnarsi ancora dinanzi al terrore dell'imminente giudizio divino, diventava invece una sommessa invocazione di pellegrino al termine del viaggio, colla stanchezza consolata dalla prima apparizione della meta.
Bice era vestita di bianco. Nel salone giallo e oro solo il grande pianoforte era nero, mentre dalle finestre spalancate il sole entrava accendendo miriadi di fiammelle su tutte le dorature e riempiendo l'aria di un pulviscolo rutilante. Una emozione di pianto rattenuto contrasse la bocca della fanciulla alle prime battute. Ma quella musica, lenta come il corso di un gran fiume quando sbocca nel mare, calmò anche il suo spirito in una mestizia rassegnata ed insieme anelante al gran riposo; poi le poche voci, che sembravano tratto tratto voler prorompere da quella preghiera, finirono come nel soffio di un sospiro, mentre le ombre cadenti da ogni lato confondevano cielo e terra. Solo l'ultimo accordo sui bassi parve sprofondarsi nelle tenebre col fragore di un supremo spavento.
Giorgi era già in piedi; riprese dal leggìo la carta, la ripiegò, e se la pose in tasca senza parlare.
—Vi sentite male?—ella chiese ansiosamente.
Egli le rispose con un sorriso.
—Cercherò di venire stasera.
—Perchè non restate a pranzo?