Bice piangeva. La verginità del suo cuore non poteva rassegnarsi a quel finale di una così alta vita nell'abbandono di tutti, fra l'immonda brutalità di due donne, che si ubbriacavano. Ella avrebbe voluto almeno dargli il conforto di sentirsi amato sino all'ultimo di quell'amore spirituale, che aveva indarno riempito la sua vita, innalzandosi colla musica sino a Dio, come un olezzo di fiori sbocciati troppo in alto, sulla montagna al disopra di tutti gli sguardi.

Quindi gli mandava ogni volta una letterina per Prinetti o per il dottore.

Questi riuscito finalmente ad imporre un certo rispetto alle due donne col visitare qualche altro ammalato fra i vicini, sollevandovi naturalmente lunghi pettegolezzi di elogi, poteva adesso venire tutti i giorni; ma la sua stessa celebrità, accrescendo l'importanza dell'infermo, diventava una critica al modo, col quale era tenuto, e Giorgi spaurito lo pregò di venire più di rado.

—Ti hanno dunque strapazzato anche per questo?

Il viso cadaverico di Giorgi espresse un terrore così doloroso, che l'altro si voltò per non mostrare di piangere.

Poi si sedette presso di lui. Il canapè non aveva che un cencio di coperta turchina, usata forse come tappeto da tavolo in altri tempi, e un cuscino sucido; di faccia, sopra una piccola cassa, nella quale stavano i pochi panni, si vedevano i suoi due stivaletti ancora infangati.

Ma siccome Giorgi non parlava, Ambrosi guardò all'orologio fingendo di avere qualche visita urgente.

—Credi che il mio stomaco sopporterà la Santa Comunione?—l'altro domandò con voce spenta, tendendogli la mano scheletrita.

—Sì, sì.

Tre giorni dopo Prinetti trovò nella cucina le due donne col garzone da macellaio intente, a riempire una sporta colle bottiglie mandate dal dottore; si trattava di una gita in tramvay sino a Casalecchio.