Prinetti non mostrò alcuna ripugnanza.

—Staremo via poco,—disse la moglie;—ieri sera si è confessato, ma non sta peggio del solito.

—Già…. resto qui io, fate pure.

Il garzone del macellaio gli chiese uno sigaro, Prinetti gli vuotò invece nelle mani l'astuccio delle sigarette.

—Queste le fumeremo noi,—esclamarono ad una voce mamma e figlia.

Egli passò nello stanzino e trovò Giorgi sentoni sul letto, più cadaverico; doveva aver udito tutto perchè, vedendogli sul volto la nausea di quella scena, sorrise.

—Ti aspettavo.

Poi chiuse gli occhi. Si intese ancora chiacchierare e ridere nella cucina con un fracasso di sedie come per la partenza, ma ci volle un altro grosso quarto d'ora prima che se ne andassero.

Il respiro di Giorgi era appena sensibile: stavano tutti e due immobili, quando Giorgi riaprendo gli occhi barcollò, e Prinetti vide che la luce vi si era oramai spenta. Allora spaventato balzò in piedi per sostenergli la testa fra le mani, ma nel dubbio di fargli più male l'appoggiò nuovamente al muro, lasciandola piegare a poco a poco sulla spalla destra.

Passò almeno un'altra ora. Nello stanzino l'aria aveva un cattivo odore di cenci, perchè la piccola finestra non si apriva quasi mai; poi i suoi vetri sporchi lasciavano passare un lume triste. Giorgi non si muoveva. L'altro sempre intento nel suo volto si sentì salire improvvisamente dal fondo della coscienza quella inesprimibile verità della morte, contro la quale lo spirito non protesta più come dinanzi all'infinito.