Nel mese di maggio Bice era a Roma con De Nittis e la zia Ginevra.
Altri dolorosi avvenimenti avevano dispersi i pochi amici di quel salotto. Prinetti aveva dovuto tornare a Bazzano come tutore dei nipoti dopo la morte improvvisa della loro madre e la fuga del padrigno, che l'aveva poco prima abbandonata, vuotandole la casa: ma vi rimanevano tre figli, due maschi e una bambina, il maggiore dei quali non toccava ancora i quindici anni. Prinetti, che si era già lasciato mungere dalla cognata più che mezzo il proprio patrimonio, pur non ingannandosi nel giudicarla, doveva adesso mutarsi in padre di quegli orfani per avviarli ad un mestiere. Senza esitare ritornò quindi a Bazzano, ove ella aveva finito coll'aprire una bottega di pizzicheria. Era un sacrificio di tutte le sue squisite spiritualità, senza nemmeno una speranza di risultato, perchè i ragazzi mostravano già una precoce perversità di carattere.
—Sarà la mia ultima campagna d'Africa, disse nell'accomiatarsi dalla contessa Ginevra.
—Ma non tornerete proprio più a Bologna?
—Mi pare difficile: la bambina e il fratello minore, hanno meno di dieci anni, io non posso vivere tanto da non essere più il loro tutore. Così non avranno il tempo di essere ingrati.
Fu l'unica lagnanza, sapendo che quegli orfani malgrado tutte le apparenze legali non erano suoi nipoti.
Poi la contessa Maria andata a Milano per assistervi l'unica sorella colpita da una paralisi progressiva, vi era rimasta per tre mesi, e vi ritornava spesso, vinta dalla tenerezza, appena in casa potesse disporre di qualche giorno.
Nel salotto della contessa Ginevra non venivano più che De Nittis ed Ambrosi. Tutto vi pareva invecchiato; la contessa, diventata più grassa, si appesantiva anche nello spirito: le sue stesse maniere in quel contagio della volgarità provinciale, e sopratutto nell'assenza di ogni più alta preoccupazione, ridivenivano quelle di un tempo, quando fanciulla non era ancora uscita di Bologna. Il mondo cominciava a scordarla senza che ella lo indovinasse più coi begli occhi limpidi ed acuti di una volta.
Quindi si abbandonava giorno per giorno alle tentazioni della gola malgrado i frizzi affettuosi di Bice e le rimostranze di Ambrosi; Bice invece era sempre così magra, ma di quella severa e fine eleganza, colla quale aveva spesso trionfato di tutte le compagne, non le rimaneva che l'abitudine di certi tagli più semplici, quasi senza alcuna femminilità d'intenzione. Solo a certi particolari, nella finezza delle scarpe e dei guanti, nel lusso quasi eccessivo delle biancherie e delle pelliccie, il suo gusto signorile rivelava ancora la donna.
Per sei mesi aveva lavorato con De Nittis al compimento della grande edizione, abbandonata in ultimo dal povero Giorgi, trovando per essa in Germania il medesimo editore, che pubblicava finalmente le opere del Palestrina; poi quello studio musicale, sviluppandole una intensa passione per la primitiva arte cristiana, l'aveva trascinata anche più lungi dal mondo. Nell'ammirabile rinnovamento, operato dal cristianesimo su tutta l'arte antica, la sua anima di fanciulla era stata vivamente colpita dalla originalità dei due nuovi tipi, la vergine e il cavaliere. Come la prima Maria, quella accettava il sacrificio di sè stessa per la vita dell'uomo, ma la sua castità invece di essere una riserva, nella quale l'amore accumulasse i propri tesori per gioirne in una festa più intensa, era una ripugnanza a tutte le pretese della carne, che aveva già una altra volta perduta miseramente l'umanità. Come la vergine, il cavaliere doveva conservarsi puro per essere forte, e la sua milizia sotto l'insegna invincibile della croce era una vigilia continua nell'armi, aspettando che le fanfare della vittoria squillassero in cielo coi primi fuochi dell'alba. Egli poteva amare solamente come combatteva, perchè dal suo amore colla vergine altre vergini ed altri cavalieri nascessero a mantenere la vittoria di Dio.