—Non posso volere con voi.

La mattina seguente Bice arrivò in casa di De Nittis alle dieci e mezzo; egli stava ancora nella saletta da pranzo, a tavola, leggendo il giornale. La fanciulla, che aveva rimandato il servitore alla porta, diede subito con un sorriso la mano alla governante.

—Margherita, vengo anch'io a lavorare con voi.

—Lei, signorina!—proruppe l'altra sgranando gli occhi, mentre l'aiutava a cavarsi il cappellino.

La fanciulla si guardava attorno con aria ilare. Nella saletta non v'erano che la tavola ed una credenziera, piena di piatti e di bicchieri, con alcune seggiole: presso alla finestra un treppiede di vimini sosteneva il cestino da lavoro di Margherita. De Nittis, che doveva ancora prendere il caffè, ne ordinò un'altra tazza per Bice.

—Oggi, che avevo vacanza all'università, dovrò dunque lavorare con te?

—Ne sareste già pentito, maestro?

—Tu stessa te ne pentirai.

Ella ebbe un sorriso di sfida.

Poco dopo entrò anche Tonina, la cuoca. Le due donne avevano quasi la stessa età e il medesimo tipo, solamente Tonina era più secca; ma il loro viso di bionde, una volta senza bellezza, aveva già quella calma speciale delle zitellone, cui nulla turba più da molto tempo in una vita ridotta al minimo delle funzioni. Tonina cucinava, Margherita teneva in ordine la casa composta di poche stanze, un salotto da ricevere, la saletta da pranzo, lo studio e la camera del professore. Esse dormivano assieme, sul medesimo letto, come due sorelle, in una stanza attigua alla cucina. Ma Tonina ubbidiva in tutto a Margherita. Infatti questa aveva maniere più distinte, tutte due erano devote.