Per strada De Nittis le diede il braccio. Passarono sotto i portici quasi deserti, con passo lento, allegri tutti due di quella buona giornata: ella gli si abbandonava dolcemente sulla spalla guardandolo tratto tratto, superba di sentirlo ancora così vigoroso, e ascoltando la percossa del suo passo echeggiare nelle sonorità delle volte e del pavimento. L'aria frizzante della notte batteva loro sul viso. Ella aveva finito col mettere anche l'altra mano sul suo braccio, e saltellava nelle disuguaglianze da portico a portico con certi scoppi di risa, abbassando improvvisamente il capo, come sorpresa da un'intima tenerezza in tale passeggiata notturna, fra quelle grandi ombre, che avrebbero permesso più di un bacio, e quei subiti chiarori di fanali, che lasciavano tempo ad un sorriso di mostrare tutte le sue carezze.
A casa la zia Ginevra li sgridò di aver tanto tardato.
Nullameno Bice seguitò ad andare spesso da lui col pretesto di copiare quella prefazione, ma occupandosi invece con istinto femminile a rendergli più dolce la vita. Infatti d'accordo con Margherita, e senza che egli potesse nemmeno sospettarlo, riuscì a sostituire il suo vino di osteria col migliore delle proprie terre, e a mandargli quasi tutte le mattine qualche primizia di ortaggio; poi gli riempì i cassetti di altra biancheria, e al primo onomastico seppe fargli accettare una magnifica veste da camera. Ma non osò alterare la semplicità, quasi povera, dell'appartamento.
De Nittis non vi aveva che pochi mobili da rigattiere.
Nell'abitudine di un isolamento, contro il quale non aveva mai lottato, egli si era avvezzo da tempo a quella povertà, preferendola al mezzo lusso borghese di molti suoi colleghi. Una malinconia di abbandono lo rendeva ora più che indifferente a quanto potesse ancora accadergli nella propria condizione di professore scapolo, prossimo ad andare in pensione, e al di fuori di ogni partito politico. Come la maggior parte di coloro, che sognarono la conquista del mondo, egli aveva camminato povero e solo. Appena compiti gli studi, accorgendosi che la vita era una battaglia, nella quale bisognava quasi sempre uccidere per non essere ucciso, il suo primo pensiero fu di ritirarsi sconosciuto in qualche bella campagna; ma questo sogno di tutte le anime troppo delicate dovette vanire quasi subito dinanzi alle rudi necessità della vita. Nullameno non lottò a lungo, e d'avvocato anelante all'arringo parlamentare si mutò dopo un anno fra lo stupore degli amici in professore di filosofia, esulando al solito in una Università isolana. Lo destinarono a Cagliari.
Colà, sperduto fra un popolo barbaro, si formò nella preparazione di una gloria più alta. Invece di comandare al parlamento volle regnare nella scienza con quella ideale sovranità non concessa che a pochi, e per la quale bisogna quasi sempre negarsi tutte le altre gioie della vita. Per dodici anni rimase quindi sepolto fra i libri, assimilandosi tutto il pensiero moderno nel sogno di dargli una nuova costituzione con uno di quegli sforzi sublimi, che pareggiano filosofi e conquistatori in una eguale gloria di aver saputo organizzare intorno a sè stessi per qualche tempo le cose o le idee. Quella vita claustrale lo abituò a tutte le castità. Il suo disegno era stato una guerra contro la neonata teorica darwiniana, nella quale stavano già per naufragare tutti i principi della filosofia e la storia dell'umanità; ma quando ebbe imparato abbastanza le scienze per contestarle anche molte affermazioni sperimentali, comprese che tale guerra non avrebbe potuto conchiudere ad una vera conquista, e concepì tutta una nuova filosofia della natura, entro la quale l'ipotesi della mutabilità delle specie si sarebbe sommersa spontaneamente. Un'immensa ambizione lo animava. Mentre l'Italia era risorta per opera dell'Europa, che le ripagava così il beneficio di due civiltà, il genio italiano pareva tramontato: Gioberti, l'ultimo filosofo, era morto; Manzoni, l'ultimo poeta, taceva. Un silenzio di paura pesava sull'anima del popolo appena riaffacciatosi alla vita, e già in preda alla disperazione di non potervi raggiungere coloro stessi, dai quali vi era evocato. I dispregi fioccavano d'oltre Alpe e d'oltre mare sulla rivoluzione incompiuta; la nuova monarchia era ancora vassalla di Francia, Roma un feudo del Papa. In quegli anni così pieni di lotta e di gazzarra De Nittis sognava solitario, coll'orgoglio dei novatori, un'altra rivoluzione del pensiero italiano in Europa. Arte, scienze, filosofia, politica, religioni, tutto era in subbuglio: la grande scuola hegeliana agonizzava, la nuova scuola positivista era troppo superficiale per gettare radici; nell'arte il romanticismo era consunto, nella politica al principio delle nazionalità, che aveva creato i popoli, doveva succederne un altro, che riunisse l'umanità.
Che importavano i dibattiti parlamentari dell'ora, poichè nessuno poteva più esservi grande in un periodo, che Mazzini aveva aperto, Cavour guidato, e Garibaldi chiudeva? Il rinnovamento bisognava farlo nel pensiero, o l'Italia non vivrebbe malgrado il miracolo della sua resurrezione. In questa febbre egli obliava di non essere oramai più giovane per non apprestare che materiali su materiali al moderno edificio dello spirito italiano; ma come accade sempre a chi si ripari nel pensiero dalla tormenta dell'azione, perchè il selvaggio egoismo delle passioni l'offese nelle fibre delicate del temperamento, che la volontà si stanca presto all'opera, mentre una eguale necessità di aspri combattimenti lo persegue anche nella costruzione di un sistema ideale, egli doveva soccombervi appunto per non sapere uscire dal vago delle meditazioni. Tutti gl'imperi si fondano del pari su cadaveri di uomini o di idee: la stessa precisione di sguardo è indispensabile al fondatore di un regno e al fondatore di una teorica; una medesima spietata parzialità rende tirannico il loro impero anche nel beneficio della grande opera. De Nittis invece, a forza di scorrere ovunque col pensiero, aveva finito coll'accoglierne tutte le forme in una specie di mistico scetticismo, forse più vasto di tutti i sistemi, ma colla inutilità di tutti gli scetticismi dinanzi a quel supremo bisogno nella vita del dover scegliere per agire.
Questa rivelazione fu l'ultima battaglia per lui. Aveva già passato i quarant'anni, quando ogni sogno radioso di gloria si spense improvvisamente nel suo spirito; a che prò dunque studiare ancora? Nel primo impeto di tale tristezza pensò persino di dimettersi da professore, ma siccome non aveva altri mezzi per vivere, e tutto quanto sapeva non gli avrebbe a questo bastato, dovette rinunziarvi. Poi era ancora solo, e non aveva mai amato.
In quella solitudine studiosa aveva conosciuto appena cinque o sei donne, tutte non abbastanza belle di corpo o di spirito per innamorarlo. La sua anima amava troppo l'amore per non sentirsi ferita al contatto della inevitabile volgarità femminile, quasi sempre incapace di sentire persino la bellezza, che nel suo spirito brillava e cantava come uno di quei fuochi accesi da Dante nelle sfere superiori del paradiso. Quindi il suo isolamento diventò un esilio più freddo che nei conventi, ove la fede può talora mutare l'abito in insegna di guerra. Sino all'ultimo trasloco nella università di Bologna aveva vissuto da studente in camere ammobigliate, mangiando all'albergo, senza dimestichezza colle padrone di casa, ed evitando a tavola le famigliarità dei soliti avventori insignificanti o chiassosi. All'università disimpegnava svogliatamente le poche lezioni di ogni anno fra l'indifferenza degli scolari, cui quello studio non poteva essere preparazione ad un mestiere; s'insegna forse filosofia a giovani sforniti d'ingegno ed inconsapevoli della vita, mentre il genio stesso deve restare solitario sino all'ora della rivelazione, e perirvi per quella legge simboleggiata dal cristianesimo, che solo dalla morte balenano le verità trascendenti? Poi la signorilità severa delle sue abitudini, facendo credere all'albagia di uno spirito preoccupato dalla propria importanza, sebbene nessuna opera l'avesse ancora significata, lo rendeva poco amato in quella carriera professorale, forse la più aspra alla vanità per la sua stessa elevatezza.
Quando la natura, stanca in lui di quella tensione spirituale, riprendeva per qualche ora il sopravvento soffiandogli nel sangue gli aromi dei fiori, egli s'abbandonava improvvisamente alla prima donna, magari non bella, per soffocare in una violenta prostrazione il cordoglio vedovile del proprio cuore. Ma erano rade soste, dalle quali si rialzava con una lunga amarezza nell'anima, quantunque nessuna fede religiosa gli vietasse quelle effimere soddisfazioni della carne. Come avevano dunque potuto amare i grandi poeti? Con quale potenza trasformavano le donne volgari dei loro amori nei fantasmi divini della loro arte? E in quella solitudine, appena illuminata dagli ultimi simboli della gloria, qualche volta si diceva di aver sbagliato nella rinuncia alla vita degli altri uomini, giacchè tutti i grandi davvero l'avevano percorsa cogli umili, assoggettandosi alle più basse funzioni per impararne forse così i supremi segreti.