Quindi da Cagliari senza chiederlo, mentre tutti i suoi colleghi sì agitavano ogni anno per uscirne, fu mandato a Firenze. La bella città, febbricitante allora in quella vita effimera di capitale, radunava nella propria piccola cerchia tutto il fiore d'Italia: egli già scorato di sè medesimo vi conobbe nelle sale della contessa Ginevra quasi tutte le celebrità del momento, sorridendo del trovarle così piccole. Anche la gloria vista da vicino diventava una ressa di vanità momentanee, nella quale si perdeva la voce dominatrice dei pochi grandi; appena qualche loro atto, incompreso o male interpretato, li scopriva un istante per lasciarli ricadere fra la folla e come la folla insignificanti. De Nittis trovò finalmente nella contessa Ginevra la donna. Ma adorando colla dedizione delle grandi anime l'insigne statista, che allora si esauriva in un'estrema lotta, ella non si accorse di questo ultimo innamorato. La contessa Ginevra, abbastanza bella ancora per contentare la finezza del suo gusto artistico, conservava nello spirito potentemente educato tutta quella inesplicabile dolcezza femminile, alla quale i cuori affranti da una troppo lunga lotta anelano come ad un riposo. Quindi soffocando con un'ultima stretta spasmodica della volontà questo tardo ideale, egli giovò del proprio ingegno, senza che alcuno potesse mai supporne il sacrificio, l'uomo a lui così inferiore, e nullameno abbastanza potente per far vibrare tuttavia il cuore di tutta Italia.
Poi la contessa Ginevra, vedova del marito e dell'amante, tornò a Bologna, e per la prima volta anch'egli chiese al ministero di esservi traslocato.
A Bologna compose definitivamente la propria vita. Egli stesso fu sorpreso dalla calma, colla quale rinunciava ad ogni avvenire, mentre i capelli gli si cominciavano appena a brizzolare, e nel largo ingegno tanta folla di idee si agitavano ancora intorno al monumento incompiuto della sua giovinezza. Da un collega morto ereditò Margherita come governante, poi capitò anche Tonina; mise casa e ne cedette loro il governo colla facile contentezza degli scapoli, che non ne veggono se non le noie.
Ma se fuori pareva freddo, in casa diventava malinconico. Per lungo tempo accarezzò il proposito di un giornale come quello di Amiel, il triste filosofo ginevrino, al pari di lui vissuto sul margine della gloria, e che la morte aveva finalmente rivelato alla crudele disattenzione dei contemporanei. Ma questa fama, che gli verrebbe dal testamento del suo spirito, gli parve troppo amara: perchè lasciare sul libro di bordo poche frasi, che potessero ricordarlo ad altri viaggiatori? Era egli così piccolo da non poter essere osservato che per un grido strappatogli dalla fuggente bellezza di un paesaggio, o da una riflessione suggeritagli misteriosamente in quelle lunghe noie del mare, che vincono l'attiva giocondità dì tutti i passeggieri? Come lui, Amiel era stato un malato dell'ideale, e il suo ingegno grande ma delicato aveva dovuto soccombere nella passione del capolavoro senza accorgersi di scriverlo in quel giornale, ove sfogava il dolore della propria impotenza. Questa suprema ironia del destino rivoltava in De Nittis tutta l'altera franchezza della sua personalità: o lasciare un monumento o sparire come quegli insetti, che danzano un istante nel sole, e dei quali nemmeno la scienza potè ancora sorprendere la nascita o la morte.
Il primo anno a Bologna lo passò in ozio.
Malgrado il rumore destato da alcune sue lezioni, seppe evitare quella gloria provinciale dei mediocri, nella quale s'impantanano quasi tutti i professori d'università; ma poi una stima vaga ed affettuosa gli venne crescendo d'intorno, finchè un bel giorno qualcuno lo proclamò la testa più forte dell'ateneo. Carducci, l'illustre poeta, ebbe per lui uno di quei rari encomi, che hanno fatto in Italia parecchie riputazioni; poi si seppe che stava scrivendo la Storia di Dio.
A chi l'aveva egli detto pel primo?
Forse non se ne ricordava più, ma questa idea gli si era lentamente, mutamente, imposta come ad uno di quei grandi filosofi medioevali, che pensavano il pensiero di Dio, mentre intorno a loro ruggiva la più feroce bufera d'ignoranze e di guerre. Solo in una esistenza come la sua, tale immensa opera sarebbe stata possibile.
Al di fuori di ogni partito e al disopra di ogni polemica, egli potè quindi concepirne il primo disegno senza alcuna di quelle riserve, che la vita impone quasi sempre a tutti gli autori. Credeva egli nel Dio adorato da tutti i popoli, gigantesca personalità, che creava improvvisamente l'universo gettandovi l'uomo per fargli eseguire una misteriosa missione? Il libro lo avrebbe provato. Da un esame profondo ed universale di tutte le forme, nelle quali Dio era stato concepito, dalle vicissitudini della sua alleanza coll'uomo tante volte rotta ed altrettante riannodata, dai dogmi delle religioni salienti l'una dall'altra come gradi di una scalea e la cui cima si perdeva nell'azzurro fra i baci del vento e gli schiaffi delle folgori, dalle testimonianze della coscienza popolare per ogni epoca e e per ogni regione, doveva uscire il segreto di questa parola, la più grande che l'uomo avesse ancora pronunziato. Dio era? Come sarebbe l'uomo con lui? De Nittis allontanava per il momento queste ultime domande per rimettersi sulle prime traccie dell'umanità. L'anima vergine del selvaggio, sopravvissuta sino a noi nella preistoria, gli rivelava i primissimi culti, come uno sguardo gettato nell'infinito e ritrattone istantaneamente quasi dall'orlo terrorizzante di un abisso. La vita umana era tutta involta in tale verbo, e non si rivelava a sè stessa che apprendendo a sillabarlo: Dio era nel vagito dei bambini e nel rantolo dei morenti, nell'urlo dei popoli e nel grido solitario degli abbandonati; il suo terrore dominava quello delle guerre, il suo sorriso ravvivava la speranza di tutte le paci; era negli spettacoli della natura, che solo la sua collera poteva aver sconvolto; raggiava sulle cime del pensiero che innalzandosi era costretto a cercarlo; e mentre le stelle roteavano ubbidienti nell'azzurro come bighe lanciate ad una corsa, e il mare si ripiegava nella propria ira dinanzi ad un confine misteriosamente assegnatogli, gli uccelli salendo nel cielo ebbri d'amore cantavano verso di lui gl'inni di quella fede, che si era già creata dei templi e dei dogmi egualmente imperituri.
Nella storia di Dio passavano naturalmente tutte le altre, giacchè le religioni erano al tempo stesso un poema ed un codice, nel quale ogni popolo per lunghissimi secoli vi aveva accolto con sè stesso quanto gli era riuscito di prendere alla natura. Dio aveva assunto tutti gli aspetti più atroci e più soavi; era uscito rosso e fumigante dai vulcani, era apparso spumante ed evanescente sul mare, era passato tuonando pel cielo; poi sbucando dai misteri dei boschi aveva ruggito come le fiere, e come queste reclamato il sangue dei piccoli, di coloro che colle fiere non avrebbero potuto lottare; aveva amalgamato in sè stesso tutte le potenze della fauna per diventare nel drago un mostro egualmente capace di trionfare sulla terra, nelle acque e pel cielo. Ma in tutte queste metamorfosi, fra preghiere deliranti di fede o di paura, egli non era che il segreto della vita, entro la quale gli uomini passavano, e sulla quale aveva sempre pesato come una significazione dell'infinito. La nostra esistenza era stata in lui e per lui, i nostri morti erano tramontati nel suo arcano, la nostra morte era appunto il suo stesso mistero.