Ma l'uomo, emancipandosi colla scienza dalla natura, ne aveva emancipato anche Dio per incominciare con lui quel dibattito, che forse non finirebbe se non alla morte di entrambi. Mosè era il primo uomo, che avesse parlato faccia a faccia con Dio: prima nè la persona umana, nè quella divina erano ancora abbastanza indipendenti, e in ogni mito la creazione involgeva egualmente creatura e creatore. Con Mosè invece la natura non offriva più che la scena pel dialogo dei due grandi attori. Senonchè la disputa era salita di tono, scoppiando in minaccie reciproche: il pensiero umano imponeva al pensiero divino di rivelarsi per essere adorato. La critica di Giobbe, contro cui Dio aveva indarno ingrossato la voce, era diventata metodo contro tutte le rivelazioni divine, pur soccombendo al problema umano, nel quale il dolore restava inesplicabile ed inguaribile. La filosofia greca aveva già risolto Dio in un puro spirito, quando nella terra di Mosè, quasi a protesta contro questa vittoria della persona umana sull'impersonalità divina, un'altra rivelazione, la più importante fra tutte, umanizzava nuovamente Dio, facendolo morire volontario sulla croce. Dal Dio, che violentava Giobbe il giusto, al nuovo, che perdonava ai propri assassini, quale distanza! Era Dio disceso sino all'uomo, o l'uomo salito sino a Dio? Comunque fosse, l'uomo aveva vinto, se Dio era stato costretto a ottenere da lui la fede col sacrificio di sè medesimo.
Nell'immenso panorama storico di Roma, Cristo appariva una figura senza tempo: la sua vita e la sua morte malgrado la volgarità dei particolari sfuggivano ad ogni misura; la guerra della sua nuova religione passata di vittoria in vittoria riempiva adesso quasi tutto il mondo sino ai confini di quella barbarie, che da secoli vi sopravvive attendendo di essere distrutta. Con Cristo la disputa fra uomo e Dio pareva finita, dal momento che questo patendo tutti i dolori ne aveva tolto ogni ingiustizia. Ciò che un Dio aveva patito, perchè un uomo ricuserebbe di soffrirlo? Ma perchè Dio aveva dovuto soffrirlo? E mentre nella storia, ubbidiente ai suoi ordini, la rivelazione era mantenuta costante dalla Chiesa, e i santi alimentavano la fiamma della fede vincendo tutti i mali colla predilezione stessa del dolore, il pensiero umano ripiegato come Giobbe sopra sè medesimo sorrideva di Dio, che per colpa dell'uomo era stato anch'egli costretto a soffrire e a morire. Una incredulità trionfante di ogni dolore e di ogni consolazione si levava dal fondo dei cuori; la scienza accettando la sfida lanciata da Dio a Giobbe scandagliava tutti gli abissi, trovava altre prode oltre gli oceani, altri soli oltre gli astri vantati dalla Bibbia; poi di epoca in epoca risaliva tutto il passato della nostra terra sino a quel tempo senza giorni, quando l'uomo non esisteva, lo sorpassava, e ricostruendo la storia di questo piccolo pianeta, nel quale l'uomo non era che un ultimo incidente, si domandava come Dio, disceso a morirvi per lui, avesse potuto riconoscerlo per centro ideale di tutto l'universo.
Ma l'umanità, misteriosa anch'essa nella propria marcia, abbinava le correnti della incredulità e della fede piegandole a descrivere un'orbita sempre più larga intorno al proprio pensiero. Le religioni, divorandosi a vicenda, s'incorporavano in un poema senza fine, cui i poeti ricamavano le liriche e i popoli davano colla sonorità della loro voce un accento ineffabile, mentre i templi crescevano di magnificenza e di numero, e quasi tutti i pensatori rientravano vecchi e stanchi nella chiesa per piegare la fronte sui gradini dell'altare, dal quale il loro spirito era partito temerariamente alla ricerca di Dio.
Dio era? L'umanità lo affermava e lo negava nel medesimo istante.
De Nittis aveva pensato l'immensa opera in quattro volumi, sapendo che forse non arriverebbe a finirla, ma con questa fatica dinanzi l'isolamento della vecchiaia non lo atterriva più: Dio gli terrebbe compagnia. Lo troverebbe egli in fondo alla storia dell'umanità, nell'ultimo giorno della propria vita? Qualche volta il suo pensiero sorrideva con un dolce sorriso di bambino, che guarda dal petto della balia il mondo all'intorno.
Il suo temperamento mite, in quello studio imparziale del più grande problema umano, aveva finito collo spogliarsi delle ultime passioni per giudicarle colla indulgenza leggermente ironica e caritatevole di certe parabole evangeliche.
Una volta in villa accompagnò la contessa Ginevra a messa.
—Come! venite anche voi?—ella chiese meravigliata.
—In campagna. Questi contadini soffrirebbero troppo, vedendomi restare sul sagrato ad attendervi. Perchè offendere la loro fede, quando non potremmo dar loro nemmeno le poche risorse dell'incredulità?
—Mio caro filosofo, finirete anche voi col convertirvi.