—Maestro, venite anche voi.

Alla contessa Ginevra questa sarebbe parsa una fortuna forse sufficiente a deciderla; egli titubava.

—Mi avete pure promesso mille volte di mostrarmi Roma!

—Oramai puoi vederla da te.

—Non verrete nemmeno se ve ne prego?

—Lamberto è a Roma,—ribattè con dolce ironia.

Ma la fanciulla ebbe uno scatto.

—Dopo questa cattiva parola dovrete venire per punizione,—rispose venendo ad appoggiarsi sulla spalliera della sua poltrona con tutta la grazia, di cui era capace.

La prima settimana a Roma era stata un idillio artistico. Lasciando la zia Ginevra a parlare del passato colla vecchia amica, essi s'alzavano di buon mattino e non tornavano che a notte, stanchi e felici di una giornata, nella quale avevano percorso meravigliose distanze attraverso i capolavori delle varie civiltà. Il tempo era florido, il sole ardente di maggio incoronava la divina città delle proprie fiamme più pure. De Nittis si sentiva ritornare giovane in quelle lunghe passeggiate, che gli accendevano le guancie, bagnandole come di un sudore refrigerante; quindi si fermavano un po' dappertutto, a colazione o a pranzo, preferendo i luoghi più modesti, come uno studente o una crestaina partiti in festa a un mattino di primavera. Ella pure si animava. Sotto il pallore cereo del viso il sangue correva più caldo nelle sue piccole vene azzurrine, mentre dagli occhi e dalla voce stessa, sempre velata, le vibrava tratto tratto una allegria provocatrice. Bice non aveva mai vissuto tanto. Quella vita, all'aria, al sole, fra il vento polveroso delle strade, andando alla ventura con un abito succinto, gli stivalini gialli, un binoccolo ad armacollo, sospesa al braccio di De Nittis, che se la traeva violentemente contro il petto al menomo pericolo di un urto; quelle colazioni, quei pranzi furtivi nel segreto di una amicizia, che per diventare amore non aveva bisogno che di esaminarsi meglio, le eccitavano tutti i nervi. De Nittis l'osservava sorridendo. Non era più la Bice solita, ancora tanto poco persuasa di vivere, che assisteva alla vita quasi come ad uno spettacolo: il suo passo era mutato, camminava a testa alta, guardando tutte le donne, che incontravano, per coglierne a volo i difetti con una satira saltellante e sonora.

Qualche volta egli arrischiava uno scherzo giovanile, ella rispondeva sul medesimo tono, sorridevano, ridevano, finchè qualche cosa li arrestava bruscamente, sorpresi di tale intimità; poi gli scherzi proseguivano nei musei, dinanzi ai monumenti, quasi la loro gaiezza primaverile avesse bisogno di scrollare tutti i gioghi, anche quello dell'ingegno. Sembrava che volessero vivere, niente altro che vivere in quell'incanto del maggio, ai soffi della sua giovinezza immortale.