Una mattina videro Lamberto a cavallo, solo, presso porta San Giovanni. Egli occupato a far caracollare un magnifico sauro non li scorse, ma parve loro diventato anche più bello; la sua elegante figura si manteneva sulla sella in una compostezza ammirabile, pareva fuso col cavallo, che cercava d'inalberarsi, finchè d'un balzo, a redini lente, partì di un galoppo vertiginoso.
—Bel cavaliere!—esclamò De Nittis, mentre Lamberto scompariva alla svolta della strada.
—Veramente bello.
—E puoi dirlo così indifferentemente!
—Il centauro non è forse più bello? Lo sapete pure, maestro, che
Lamberto non amerà mai che sè stesso.
Due giorni dopo, verso le cinque pomeridiane, entravano in San Pietro. Ma Bice aveva voluto prima visitare l'ospedale dei pazzi alla Lungara, del quale i giardini si stendono voluttuosamente sul colle, ricevendone malgrado la gioconda bellezza del luogo una lugubre impressione. Le era sembrato che quegli infelici avessero tutti sul viso un'espressione di terrore indefinibile. Infatti i loro occhi e le loro bocche rimaste come contratte nello spasimo de la tempesta, nella quale era naufragata la loro ragione, avevano perduto il sorriso. Solamente gl'idioti apparivano sereni, ma anche quella loro serenità animale era involta di un'ombra, che non offusca mai le fronti del bue o del cavallo.
Bice non aveva parlato durante la lunga visita.
Quando uscirono finalmente dal gran portone, parve loro di respirare meglio, ella camminava a testa bassa.
—Ti senti male?
—Non avrei immaginato di provare una così angosciosa impressione. Tutto il resto dei mali possono essere una espiazione delle nostre colpe: Dio vorrà così nella sua misericordia per evitarci forse un più tremendo castigo, ma la pazzia…. è un mistero inconcepibile.