Qualunque sia dunque il dibattito fra Roma e la Riforma, a qualunque particolare discenda, a qualunque punto si arresti, e la essenza della sua polemica rimanga o no sconosciuta agli stessi campioni, la nuova rivoluzione non è che un processo di libertà e di liberazione spirituale. La coscienza religiosa, base della coscienza civile, vuol essere superbamente, assolutamente libera: se si attiene ancora ai testi santi, questa è la sua fede, non la sua sudditanza; se non traduce istantaneamente questo principio di libertà nella politica rovesciando il vecchio e grave edificio feudale, solo la storia lo vieta poichè immatura al grande atto. Ma nella plebe, sempre più logica d'istinti e più sicura d'intuizioni, molti tentativi democratici saranno fatti e soffocati nel sangue. La democrazia religiosa della Riforma, uguagliando tutte le coscienze nella libera interpretazione della Bibbia e sottoponendole solo alla scorta eterna della rivelazione, sarà la causa e la base di tutte le democrazie future: la sconfitta dell'ebraico, del greco, del latino, nella traduzione della Bibbia e nelle preghiere recitate in lingua nazionale rappresenta la sovranità legittima di un'epoca che deve esprimere tutta se stessa col proprio linguaggio; la tirannia di Roma, depositaria dell'unico processo di salvazione e carceriera delle anime anche dopo la morte colla formula insidiosa e mercantile del purgatorio, cadendo lascia scoperta in tutta la sua crudele inanità quella dell'impero.

L'unità medioevale è dunque dissipata; il papato e l'impero di ogni individuo si sostituiscono al papato di Roma e al sacro romano impero. Lutero riprende raddoppiandola la parte e la missione di Arminio, ma la sua rivoluzione è tutta chiusa nella legalità della religione e della politica del tempo. Nemmeno egli stesso misura l'estensione del proprio principio e l'espansione del proprio fatto. La sua intelligenza martellata dalle polemiche si restringe e si appunta come un cuneo, il suo cuore inaridisce; a forza di mirare gli ostacoli, che gli si parano davanti, non vede più l'infinita varietà dello spettacolo che gli si svolge d'intorno. Quindi la Riforma di Lutero si allarga con quella di Zuinglio; quegli vuol mantenere tutte le dottrine non in aperta contraddizione colla Bibbia, questi riseca dal codice religioso quanto non si può comprovare con essa: il primo vuole conservata nell'eucaristia la presenza di Cristo, il secondo la riduce ad un simbolismo appena commemorativo. Il progresso è evidente. Lutero può trionfare nella discussione col proprio avversario, e questi morire eroicamente alla battaglia di Kappel fra i cantoni riformati e i cantoni cattolici, poichè Guglielmo Forel a Ginevra si è già associato con Giovanni Calvino, il più terribile logico della Riforma, che la maneggia come una scure entro il vecchio edificio feudale.

La Riforma, poco prima ruscello, non è più un torrente ma un lago, un mare che sollevato da forze misteriose inonda e sommerge quasi tutta l'Europa. Contraddizioni, battaglie, soste, tradimenti, tutti i fatti l'assecondano. Nel colloquio di Augusta col cardinale Gaetano, alla disputa di Lipsia coll'Eck, alla Dieta di Worms, nel castello di Wartburg, colle Diete di Norimberga, di Ratisbona, di Spira, Lutero cresce, si dilata, giganteggia. La confessione Augustana è la sua tavola della legge in ventuno articoli, la lega Smalcaldica fra i nuovi protestanti gli dà un popolo e un esercito; le invasioni di Solimano in Ungheria, i ritardi del pontefice alla convocazione del concilio, le oscillazioni politiche di Carlo V costretto a bilanciare perpetuamente tutte le forze antagoniste dell'impero, aumentano la sua propaganda: le sconfitte della prima guerra Smalcaldica la consacrano col sangue, l'interim di Augusta la riconosce politicamente, il secondo tradimento di Maurizio di Sassonia contro Carlo V la rinforza, finchè il trattato di Passavia e la pace di Augusta nel 1555 le riconoscono la legittimità di fatto storico.

Ma se la Riforma trionfa in Germania colla dialettica di Lutero, in Svizzera col magnanimo buon senso di Zuinglio, a Ginevra colla logica democratica di Calvino, in Olanda col genio politico di Guglielmo d'Orange, in Inghilterra colla lussuria feroce di Arrigo VIII, nella Scozia colla superba austerità di Knox, nella Svezia col patriottismo dei Vasa, in Danimarca colla lealtà dei principi di Holstein; la chiesa assalita risponde alla Riforma colla riforma, accetta la guerra con tutte le armi e su tutti i terreni. Con una intuizione rapida e una duttilità meravigliosa il cattolicismo s'impossessa di tutte le insufficienze e gli errori del protestantesimo: Lutero aveva sconfessato la rivolta dei contadini morti eroicamente alla battaglia di Königshofen contro gli eserciti della nobiltà tedesca, e la chiesa dilata il principio della propria fraternità evangelica improvvisando una democrazia che nelle sue formule teologiche può andare fino al regicidio; quindi rafferma il principio dell'autorità compromesso nella ricerca della verità, deride la nuova interpretazione della Bibbia abbandonata come in Inghilterra alla tirannia di un principe, o come in Germania alla demenza della meditazione solitaria; contrappone alla sterilità della nuova religione le glorie artistiche della propria: alla legalità luterana, che soffoca la stessa rivoluzione, contrasta con una illegalità, che ha salvato cento volte il mondo ed esce vittoriosa da tutte le contraddizioni.

La Riforma, racchiudendo ogni uomo entro il proprio problema religioso, allenta naturalmente i legami della carità e raffredda l'ardore dell'apostolato; ma la chiesa, più antica e più universale, si affretta a purificare le proprie gerarchie, scema le turpitudini dei propri commerci religiosi, riordina gl'istituti monastici, dirige la politica di tutte le potenze rimaste cattoliche con una sicurezza di programmi e di mezzi contraddittorii, che forzano il mondo all'ammirazione. L'inquisizione rende la Spagna inaccessibile alla Riforma, Caterina de' Medici salva la Francia nella notte di san Bartolomeo dalla democrazia ugonotta collegata coi tedeschi, coi belgi, cogli olandesi, cogl'inglesi, con tutti i nemici della patria; in Italia la naturale empietà del carattere e lo scetticismo classico sfuggono di per sè alla crisi. La varietà dell'ingegno italiano, che nella scienza poteva andare dal sublime buon senso di Galileo alle abbaglianti e bizzarre intuizioni di Cardano, si colora nullameno alla Riforma, e vi si scorgono tosto Marco Antonio Flaminio poeta latino: Jacopo Nardi storico; Renata d'Este moglie del duca Ercole II; Lelio Socini, ingegno superiore a Lutero e a Calvino, che la porta ben più alto fondando la setta degli unitari; Bernardo Ochino e Pietro Martire Vermiglio teologo che passeranno, questi alla università di Oxford, quegli nel capitolo di Canterbury; Francesco Burlamacchi che ritenterà l'impossibile impresa di Stefano Porcari e vi perirà martire eroe; Pietro Carnesecchi e Aonio Paleario che vi perderanno entrambi nobilmente la vita. Ma questo moto incomunicabile al popolo è piuttosto una crisi del pensiero filosofico e scientifico, naturalmente ritmata sulla grande rivoluzione germanica, che un processo di purificazione e e di elevazione religiosa. Infatti Giordano Bruno e Tommaso Campanella riassumendola, per quanto vissuti e morti entro l'orbita di un ordine monastico, sono due filosofi trascinati dalla speculazione oltre i confini non solo della Riforma ma del cristianesimo stesso. Quindi il popolo rimane così insensibile alla loro tragedia che sembra quasi ignorarla; e nemmeno bastano le ultime sataniche ecatombi dei poveri valdesi a scuotere la sua egoistica indifferenza.

Contraccolpi politici.

Dopo il congresso di Bologna, che nelle intenzioni di Clemente VII e di Carlo V doveva pacificare l'Italia, le guerre vi ricominciano. Papi ed imperatori, avversari per interessi e per indole, si combattono ancora; tutti i pretesti servono ad una guerra senza risultati perchè senza ragione. Le insofferenze dell'ultimo Sforza, da vicario imperiale insuperbito a voler diventare duca sovrano, e la successione del Monferrato occupata dall'imperatore, quantunque contesa tra Gonzaga, Francesco di Saluzzo e Carlo III di Savoia, sollecitano l'intervento della Francia. Questa spinge l'indipendenza della propria nuova formula politica sino ad allearsi con Solimano e ad associarsi colla sterminatrice pirateria di Kaireddin Barbarossa. Ma dalla morte di Alessandro Medici, assassinato da Lorenzino, sino alla battaglia di S. Quintino, vinta da Emanuele Filiberto generale di Filippo II contro Montmorency, maresciallo di Enrico II, il trambusto d'Italia non ha altri avvenimenti politici che la costituzione del ducato di Parma e Piacenza, ottenuta da Paolo III in favore del proprio figlio Pierluigi Farnese, mostruoso tiranno; l'elezione a duca toscano di Cosimo I, ammirabile figura di tiranno politico degno di assidersi fra Tiberio e Filippo II e che abbatte Siena unificando tutta Toscana sotto un governo spietato e sapiente; e la conquista di quasi tutta la Savoia fatta dall'impetuoso Francesco I alla morte del duca di Milano e per contesa di questo ducato, del quale Carlo V investe il proprio figlio Filippo. Quindi la guerra tra Francia e Spagna trascinata di battaglia in battaglia, di trattato in trattato, sembra non giungere mai a una vera conclusione: si arresta alla pace di Crépy (1544), ricomincia con Enrico II a Metz e a Parma, si rallenta all'abdicazione di Carlo V, si riaccende più fiera fra Enrico II e Filippo II, che Paolo IV priva della investitura di Napoli in favore di un figlio di Francia, per finire dopo la battaglia di San Quintino alla pace di Cateau-Cambrésis (1559). Per essa i due re di Francia e di Spagna giurano di associarsi contro la Riforma e di restituirsi mutuamente i dominii perduti nell'ultima guerra. Emanuele Filiberto, sposando Margherita di Francia, riacquista gli antichi stati e vi disonora la propria gloria di soldato colla strage stupidamente inutile dei valdesi.

L'Italia rimane dunque dopo tante guerre come alla pace preparatoria di Crépy; Venezia non ha quasi azione di sorta in questo periodo e si limita a destreggiarsi colla vecchia scienza di stato condensata nella diplomazia; a Genova tre congiure scrollano invano il governo fondato da Andrea Doria; nel reame di Napoli, in guerra colla Santa Sede, si succedono Toledo, Alvarez e il duca d'Alba, terribili e dispotici, che lo immobilizzano nella servitù; la Corsica, invano emancipata da Sampiero, sta per ricadere sotto Genova; i Medici fedeli alla grande idea di Lorenzo il Magnifico mirano ad essere l'ago della bilancia italiana, importanti ed immuni: Milano è il terzo stato della Spagna; la Savoia ricostituita riprende il gioco contradditorio delle proprie alleanze educando nella propria fortuna quella d'Italia. Mentre Emanuele Filiberto e Cosimo de' Medici, ossequenti al consiglio di Machiavelli, hanno già chiuso colla istituzione di soldatesche nazionali il periodo dei condottieri, il papato sempre in lotta colla Riforma, già emancipatasi dall'impero coll'elezione di Ferdinando I, raduna finalmente il gran concilio di Trento e fonda la milizia dei gesuiti.

I gesuiti.

Alla Riforma, che stabilisce il principio della democrazia moderna pareggiando tutti gl'individui chierici e laici nella società religiosa, il concilio di Trento risponde col riordinare la disciplina ecclesiastica e col fissare la parte dottrinale del cattolicismo contro l'interpretazione individuale del protestantesimo. La chiesa compie così una delle proprie maggiori rivoluzioni, proclamando la superiorità del papa sui concili. La monarchia universale cattolica, costretta a dispotismo dalla contraddizione colla Riforma, si eleva improvvisamente su tutte le monarchie storiche con un'ultima formula che fonde nella più meravigliosa armonia l'assolutismo più irresponsabile colla più assoluta delle democrazie. Tutte le gerarchie del clero sono nulle in faccia al pontefice, ma ogni prete può diventare papa. Quindi i conventi, asilo di ammalati dell'anima, che si isolavano dal mondo con un suicidio parziale, si trasformano in tante caserme agli ordini del supremo monarca associato con tutti i re contro la rivoluzione della libertà. Ogni convento ha il proprio Lutero, che lo riorganizza: lo studio, che vi era distrazione nella solitudine, diventa cura di guerra.