Il lavoro dell'antica teologia è conchiuso; i nuovi dotti, che giungono al cardinalato e dirigono le battaglie, si preoccupano di un adattamento sempre mutevole del cattolicismo colla nuova civiltà. Sotto il moto della Riforma comincia a sentirsi quello della scienza e della filosofia: una critica più terribile investe già tutto il cristianesimo. Ma Roma risponde coll'inquisizione e coi gesuiti, minacciando e blandendo; l'inquisizione ucciderà coloro, che i gesuiti non avranno potuto sedurre.

Profondamente convinti della puerilità e dell'inettitudine degli antichi ordini religiosi, essi ne respingono le vesti e gli usi, l'indigenza e le preghiere; consacrati all'istruzione e alla casuistica, la loro guerra è al pensiero col pensiero; quindi si fondono nell'idea universale di Roma, s'immedesimano col papa, che finiscono a dominare come gli antichi pretoriani dominavano l'imperatore. La loro regola è l'ubbidienza, il loro scopo la dominazione. Democratici sino all'assurdo, non ammettono fra loro medesimi alcuna differenza; morti al mondo, non lasciano che un numero sulla propria tomba. Perinde ac cadaver, ecco il motto sublime della loro iniziazione: aut simus sicut sumus aut non simus, ecco l'eroica affermazione che essi gettano alla storia, eterna metamorfosi, come una sfida. Il loro fondatore, Ignazio da Loiola, è la più austera, impenetrabile, superba figura del secolo. Costretti a spiare il mondo, si spiano l'un l'altro; incrollabili nella fede cattolica, l'adattano a tutti gli ambienti, la servono con tutti i mezzi. Sottomettere il mondo dello spirito, imperare alla coscienza universale superando tutte le differenze di civiltà, di clima, di razza; essere alla testa di tutte le missioni, penetrare nei deserti della preistoria e nei segreti delle corti, insegnare in tutte le scuole, dirigere tutte le famiglie, disporre di tutto il clero; impossessarsi della scienza per frenarla, della letteratura per abbagliare, della filosofia per corrompere con essa tutti i sistemi: guadagnare tutte le ricchezze possibili negandosi ogni lusso, vietandosi tutte le cariche, irresistibili e segreti, onnipotenti e sconosciuti, vivere, operare, morire nella poesia della fede e del comando, ecco il loro miracolo unico nella storia di tutti i tempi. Impassibili nell'alterigia del pensiero non discutono e non valutano mai i mezzi di un'impresa: la moralità, necessaria alla vita privata, non offusca la loro politica universale; casti, s'impongono alle donne; disinteressati, s'impadroniscono degli uomini.

Nulla sfugge loro, perchè osano e vogliono tutto. Il loro ordine è la gloria di Roma papale, l'ammirazione degli statisti, la sintesi dei vizi e delle virtù di tutti i partiti. Una inconcepibile solidarietà vi comunica la forza del corpo intero a tutti gli individui; le distanze del tempo e dello spazio non hanno valore nelle loro opere, giacchè tutti si sentono egualmente sicuri nell'immortalità del proprio istituto e del proprio principio.

Mentre la loro azione si insinua nei meandri più sottili della società, la loro vita vi rimane un mistero: il loro generale è un ignoto, del quale nè le storie nè le cronache registrano il nome. Quindi una poesia sinistra avvolge questi re delle tenebre e degli spiriti, che raffinati come tanti poeti vogliono regnare piuttosto sugli imperatori che sui popoli; un terrore di ammirazione, la disperazione di un odio, che sa di non poterli mai colpire, seguono ovunque la loro effimera traccia. Ma superiori a tutte le debolezze della paura e dell'orgoglio, essi proseguono nell'opera immane della propria dominazione contrastando tutti i progressi della libertà, esposti a tutti i colpi della politica, sorpassati dalla scienza, illuminati loro malgrado dalla filosofia, travolti dalle rivoluzioni, rigidi e viscidi, sempre collo stesso eroismo della volontà, meno stanchi alla sera che all'alba, riparando colla conquista di un popolo l'espulsione loro inflitta da un altro; soldati così eroici da non riconoscere eroi nelle proprie file, e così disciplinati da ignorare persino la necessità di capitani.

Mentre la cattolicità rabbrividiva sotto le minacce dell'espansione luterana, i gesuiti convertivano quindi una metà della Germania coll'astuzia: s'inoltravano nell'India colla fede, s'imponevano alla China colla scienza, spaventavano il Giappone colle sedizioni, opponendo per tutte le terre d'Europa la predicazione del benessere alla passione rivoluzionaria, il teorema del regicidio a quello della libertà, la potenza della mediocrità resa invincibile dalla disciplina all'irresistibile spontaneità del genio, la docilità della plebe capace di diventare ribelle nell'entusiasmo dell'obbedienza all'indomabile indipendenza del popolo.

Attività del Piemonte nella decadenza degli altri stati italiani.

Ma la reazione contro la Riforma non tarda a scoppiare così nei paesi protestanti come nei cattolici. Una vasta guerra, peggiorata da rivoluzioni, insanguina tutta l'Europa rinnovandola. La Germania ha preso il posto dell'Italia e dirige l'immenso moto, determinando gli spostamenti della politica universale, colorando coi propri riflessi e ricalcando sulle proprie forme tutti i nuovi fenomeni storici. La sua influenza si propaga più rapidamente di quella del rinascimento italiano, la vecchia religione del medio evo cade scrollata in un giorno. Tutte le capitali funzionano colla stessa precisione e colla stessa importanza: la posta fondata da Carlo V accelera colle notizie dei fatti il loro sviluppo, creando la solidarietà universale nell'emozione quasi simultanea di uno stesso sentimento o di una identica prova; i popoli si copiano e manovrano come tanti eserciti sotto gli ordini di un generale invisibile. La storia europea diventa dappertutto rapidamente e palesemente la ragione di ogni storia nazionale: nessun popolo è più isolato, i contraccolpi europei arrivano con fulminea rapidità nei vecchi imperi dell'Asia e nelle giovani colonie d'America. I governi, ingranati come tante ruote l'uno dentro l'altro, perdono la facoltà di ubbidire al capriccio dei sovrani o all'egoismo delle republiche.

Le esplosioni della Riforma avevano scrollato la Germania nel 1517, Zurigo nel 1520, Stoccolma nel 1527, Copenaghen nel 1531, Ginevra nel 1532, Parigi coll'espulsione di Calvino nel 1534, Lucca nel 1545, le Fiandre nel 1555 col rifiuto di adesione al concilio di Trento: le reazioni contro di essa si succedono colla stessa regolarità, e nel 1573 i gesuiti si accaniscono a domare la Spagna, nel 1576 la lega sommuove la Francia, nel 1577 i cattolici ingannano la Svezia, nel 1580 il Portogallo cade sotto la dominazione del re cattolico, nel 1575 la Polonia proclama Batory, chiamato il re dei gesuiti, nel 1579 i protestanti bavaresi emigrano in massa per sfuggire i supplizi, nel 1584 Guglielmo d'Orange muore assassinato in Olanda, nel 1586 il Sonderbund scinde la Svizzera, nel 1587 i cattolici di Maria Stuarda minacciano Elisabetta d'Inghilterra, finalmente la Germania nel 1648 colla pace di Vestfalia chiude la sua guerra dei trent'anni trionfando di tutte le reazioni e riaffermando la Riforma.

In questo lungo periodo tutte le nazioni si sono rinnovate. La Germania ha trionfato col principio politico della federazione, la Francia colla centralizzazione di Luigi XI perfezionata da Caterina dei Medici e da Richelieu, il Portogallo con una nuova dinastia, la Spagna rinunciando al proprio sogno di universalità, la Danimarca coll'assolutismo, la Svezia colla devozione entusiastica alla figlia di Gustavo Adolfo, l'Austria ereditando l'impero, la Russia accogliendo nei Romanoff il principio di tutte le sue future conquiste. La grande contraddizione politica d'Europa si addensa e s'accentua fra la Francia e l'Inghilterra; quella democratica appoggia i re contro i grandi, questa liberale sostiene i lords contro i re; la Francia combatte nel protestantesimo l'avversario della propria unità, l'Inghilterra spegne nel papismo il nemico della propria indipendenza; i realisti francesi trionfano dei frati demagogici, i covenanters inglesi disperdono i vescovi dispotici. La rivoluzione di Richelieu decapita l'aristocrazia, quella di Cromwell il re.

La stessa reazione ha sorpreso e disciplinato il papato. Dalle negligenze epicuree e dagli splendori cortigiani di Leone X, attraverso le ultime crisi del nepotismo si giunge alla violenta centralizzazione di Sisto V (1590). Paolo IV Caraffa, nemico degli spagnuoli per tradizione domestica, proscrive i Colonna, inizia la riforma ortodossa della chiesa fondando con Gaetano di Thiene l'ordine dei teatini, aristocratico semenzaio di vescovi cresciuti nell'austerità; Pio IV per consiglio di S. Carlo Borromeo sopprime il nepotismo: Pio V severamente fanatico risuscita le pretensioni di Gregorio VII, fulmina gli eretici, ordina il debito pubblico; Gregorio XIII s'accorge primo dell'immensa forza e della suprema cattolicità dei gesuiti e si abbandona all'opera loro, riforma il calendario, reclama tutti i feudi, che l'oblio e l'usurpazione toglievano ancora ai pontefici, finchè Sisto V collo stesso ingegno e colla medesima inesorabilità di Cosimo II dei Medici spegne tutti i banditi, annienta gli ultimi feudatari riottosi, infonde nel governo una disciplina impeccabile ed infrangibile, mutando lo stato sempre tumultuante della chiesa nel regno più sicuro ed ordinato d'Europa. I monumenti, che la rinnovata ricchezza del tesoro e il suo genio alzano in Roma, hanno già il motivo moderno dell'utilità; la fama del suo carattere astuto, fantastico sino al grottesco e nullameno fermo fino all'eroismo, gli ha lasciato in Italia la stessa popolarità di Enrico IV in Francia. Clemente VIII, di fazione e di idee sistine, dopo i tre effimeri pontificati della fazione spagnuola, compie il voto di tanti pontefici colla confisca di Ferrara, che scompare dal numero degli stati lasciando scoperta Venezia agli attacchi di Paolo V, il pontefice più alteramente convinto della nuova autorità ideale del papato. Gregorio XIV ha appena il tempo d'immortalarsi col fondare la congregazione di Propaganda Fide, istituto che basterebbe solo alla gloria del cattolicismo dacchè ha potuto costringere il Protestantesimo a rivelare l'angustia del proprio carattere nelle inani imitazioni delle società bibliche; Innocenzo X, che assiste alla pace di Vestfalia, non può riparare per l'opposizione di Mazzarino i guasti del nepotismo ritardatario ed ignobile, col quale Urbano VIII Barberini aveva confiscato alla chiesa il ducato di Urbino.